La Consulta boccia la Sardegna: stop alle moratorie regionali per il FER nelle aree non idonee

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte costituzionale ha messo un punto fermo sulla querelle che opponeva il Governo alla Regione Sardegna in materia di energie rinnovabili, dichiarando illegittimo il tentativo dell'isola di sospendere in blocco le autorizzazioni per gli impianti FER nelle aree non espressamente qualificate come idonee.

Con la sentenza numero 144, depositata lo scorso 23 luglio e destinata a fare giurisprudenza, i giudici di Palazzo della Consulta hanno accolto il ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, ravvisando un conflitto di attribuzione e una lesione dei principi fondamentali in materia di concorrenza e tutela ambientale, laddove la Regione aveva tentato di ergersi a baluardo assoluto contro l'installazione di pale eoliche e pannelli fotovoltaici al di fuori di zone prestabilite.

La decisione, presieduta da Giovanni Amoroso e redatta da Angelo Buscema, non si limita a censurare un singolo articolo di legge regionale, ma traccia un confine netto tra il potere di pianificazione territoriale, che spetta agli enti locali, e la facoltà di bloccare indiscriminatamente gli investimenti, prerogativa che invece appartiene allo Stato quando si tratta di perseguire gli obiettivi nazionali di transizione ecologica e indipendenza energetica.

Il nodo della moratoria e la legge regionale sarda

Al centro della disputa finiva l'articolo 1, comma 1, lettera b), della legge della Regione Sardegna 6 novembre 2025, numero 31, che aveva introdotto una sospensione generalizzata dei procedimenti autorizzativi per tutti gli impianti alimentati da fonti rinnovabili localizzati in aree che il piano regionale non aveva classificato come idonee.

In sostanza, chiunque avesse presentato un progetto per un parco eolico o un impianto fotovoltaico in un territorio non espressamente benedetto dalla burocrazia regionale si sarebbe trovato di fronte a un muro di gomma, con i termini dei procedimenti congelati in attesa di chissà quale futuro ripensamento dell'amministrazione.

Una moratoria di fatto, secondo l'esecutivo, che finiva per vanificare ogni sforzo di accelerare la corsa verso il target del 2030, mentre la Sardegna, insieme ad altre regioni come il Piemonte, è chiamata a contribuire in modo decisivo al raggiungimento di quasi 5 Gigawatt di potenza installata da fonti pulite, un obiettivo che mal si concilia con l'idea di un territorio che si chiude a riccio di fronte alle richieste di autorizzazione.

La sentenza: l'idoneità non è un divieto assoluto

I giudici costituzionali hanno ribaltato l'impostazione della Regione, chiarendo un principio che potrebbe avere ricadute ben oltre i confini della Sardegna: l'assenza di una qualifica di area idonea non equivale, e non può equivalere, a un divieto assoluto di installazione. La non idoneità, come sottolineato nella motivazione, rappresenta un indirizzo pianificatorio, ma non trasforma il territorio in una zona off-limits in cui ogni ipotesi di sviluppo rinnovabile deve essere automaticamente soffocata.

La Consulta ha dunque bocciato la norma regionale perché, sospendendo i procedimenti in attesa di una ridefinizione delle aree, la Sardegna aveva finito per esercitare un potere che non le compete, scavalcando le competenze statali in materia di tutela dell'ambiente e di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.

Si tratta di un passaggio cruciale, perché la sentenza non nega alle Regioni la facoltà di pianificare e di individuare zone più adatte o meno adatte ad accogliere determinate infrastrutture, ma vieta loro di trasformare questa facoltà in un grilletto per paralizzare ogni iniziativa privata o pubblica che non rientri in un perimetro ristretto e predeterminato.

Le implicazioni per il piano nazionale e le altre Regioni

La decisione del 23 luglio arriva in un momento particolarmente delicato per il sistema energetico nazionale, alle prese con la necessità di accelerare gli iter burocratici e di sbloccare investimenti fermi da anni nei cassetti delle amministrazioni periferiche.

La Sardegna, con la sua legge numero 31, aveva tentato di alzare un muro, invocando la tutela del paesaggio e la salvaguardia delle tradizioni agricole, ma la Consulta ha ritenuto queste ragioni non sufficienti a giustificare un blocco così pervasivo e indiscriminato, che rischiava di compromettere il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione fissati a livello comunitario.

Per altre Regioni che avevano guardato con interesse alla sperimentazione sarda, magari valutando iniziative analoghe per limitare l'avanzata di pale eoliche o di grandi parchi fotovoltaici, la sentenza numero 144 rappresenta un monito chiaro: si possono individuare aree idonee e non idonee, si può esercitare un potere di pianificazione attenta e oculata, ma non si può utilizzare la leva della moratoria per sostituirsi allo Stato e per imporre di fatto un veto strisciante su tutte le richieste che non rispondono a criteri di favore predefiniti.

La strategia del Governo e il ruolo della pianificazione regionale

La vittoria del Governo dinanzi alla Corte costituzionale non cancella tuttavia il ruolo centrale che le Regioni sono chiamate a svolgere nella transizione energetica, come dimostra peraltro l'approvazione, in contemporanea con la battaglia legale, di un disegno di legge in Piemonte finalizzato proprio a individuare nuove aree idonee per il fotovoltaico, ampliando le possibilità su tetti, coperture di parcheggi e cave dismesse senza però bloccare gli iter in corso.

La Consulta, insomma, ha ribadito che la pianificazione non deve diventare uno strumento di ostruzionismo, ma uno strumento di indirizzo e di accelerazione, capace di convivere con la necessità di valutare caso per caso i progetti che insistono su zone non qualificate come idonee.

La sentenza lascia agli enti regionali la possibilità di dettare regole chiare e di definire criteri di localizzazione, ma impone loro di non chiudere la porta in faccia a chi, magari in deroga a una pianificazione troppo rigida, può dimostrare la sostenibilità e la compatibilità ambientale di un impianto, anche al di fuori delle aree prescelte dal legislatore regionale.

Le prospettive per gli operatori del settore

Per gli operatori del settore energetico e per gli sviluppatori di progetti da fonti rinnovabili, la decisione della Consulta rappresenta un segnale di apertura e di razionalizzazione del sistema, che dovrebbe tradursi in una riduzione dei tempi di attesa e in una maggiore certezza del diritto, almeno per quanto riguarda la possibilità di vedere esaminati nel merito i propri progetti senza il timore di una sospensione automatica legata a una mera classificazione territoriale.

Resta naturalmente sullo sfondo la necessità di un raccordo più stretto tra gli enti locali e il Governo centrale, per evitare che le Regioni, anche dopo la sentenza, tentino di aggirare l'ostacolo con strumenti più sofisticati, magari introducendo oneri istruttori così gravosi da equivalere, nella pratica, a un diniego mascherato.

La Corte costituzionale, con la sentenza 144, ha però fornito un criterio chiaro e inequivocabile: la sospensione generalizzata è illegittima, e ogni blocco deve essere giustificato da ragioni specifiche e temporanee, non da una presunta e indeterminata carenza di idoneità del territorio.

La pronuncia del 23 luglio chiude dunque un capitolo importante della contesa tra Stato e Regioni in materia di energie rinnovabili, ma apre al contempo una fase nuova, in cui la pianificazione regionale dovrà misurarsi con il principio di leale collaborazione e con l'esigenza di non frapporre ostacoli irragionevoli allo sviluppo delle fonti pulite.

Il verdetto della Consulta, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma sarda, impone alle amministrazioni locali di ripensare le proprie strategie, evitando di trasformare la qualifica di area idonea in un lasciapassare obbligatorio e la non idoneità in una condanna senza appello, in un quadro normativo che resta complesso e frammentato, ma che ora può contare su un orientamento giurisprudenziale netto e condiviso.

La strada verso il traguardo del 2030, con i suoi quasi 5 Gigawatt di potenza rinnovabile da installare, resta in salita, ma la sentenza numero 144 rappresenta una boccata d'ossigeno per chi crede che la transizione energetica non possa essere fermata da veti incrociati e da moratorie che, alla prova dei fatti, si rivelano più un atto di resistenza politica che uno strumento di tutela del territorio.

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