Il Como e l’incognita europea: tra obblighi infrastrutturali e parametri Uefa
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Redazione Sport
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Il momento è storico per il Como, e la città lariana lo percepisce con un’intensità che travalica il semplice entusiasmo sportivo. La squadra di Cesc Fàbregas, forte di un quarto posto in classifica conquistato prima della sosta con tre punti di vantaggio su Juventus e Roma, ha messo nel mirino un ritorno nelle coppe europee che manca dalla lontana stagione 1980/81, quando partecipò alla Mitropa Cup. Un’assenza lunga quasi mezzo secolo che, se interrotta, impone però al club lombardo un’adrenalina diversa da quella del campo: quella burocratica e strutturale. Perché se il campionato finisse oggi, il Como sarebbe matematicamente qualificato alla prossima Champions League -2; ma per trasformare questo diritto sportivo in effettiva partecipazione, la società guidata dalla famiglia Hartono deve risolvere un nodo che rischia di diventare strozzino, quello legato agli standard imposti dalla UEFA.
I vincoli dello stadio Sinigaglia e l’ipotesi Reggio Emilia
Il primo, evidente scoglio è rappresentato dallo stadio Giuseppe Sinigaglia. L’impianto, incastonato tra lago e città, incanta per la sua posizione ma tradisce per la sua struttura. La capienza, paradossalmente, non è il problema principale: la UEFA richiede un minimo di 8.000 posti per le competizioni europee, una soglia ampiamente rispettata dall’attuale configurazione che sfiora i 12.000. La vera criticità riguarda le infrastrutture, a partire dalla necessità di eliminare qualsiasi elemento provvisorio. Oggi, la curva che ospita i tifosi del Como è sostenuta da impalcature e tubolari, una soluzione che la normativa Uefa non ammette perché esige che tutti i settori poggino su fondazioni portanti e stabili.
A questo si aggiungono una serie di requisiti logistici e tecnici che il Sinigaglia, per conformazione e per vincoli, fa fatica a garantire. La zona in cui sorge l’impianto è sottoposta a tutela culturale e paesaggistica, un limite oggettivo che riduce drasticamente i margini di manovra per ampliamenti o modifiche sostanziali. Manca la dotazione minima di posti VIP (100 in tribuna con 150 parcheggi dedicati), gli spazi per la sala stampa e per gli operatori televisivi necessitano di ampliamenti, così come gli standard di illuminazione e i percorsi per l’afflusso e il deflusso del pubblico devono essere ripensati. Per questo motivo, secondo quanto emerso da diverse ricostruzioni, la dirigenza lariana sta valutando una soluzione già utilizzata in passato da altre realtà italiane: l’individuazione di uno stadio alternativo in cui disputare le gare interne delle coppe. L’ipotesi più accreditata porta al Mapei Stadium di Reggio Emilia, impianto che già in passato ha ospitato l’Atalanta in Europa League e che, per conformazione e servizi, risponde ai requisiti richiesti.
Il nodo finanziario e i parametri di rosa per la lista Uefa
Ma le incombenze non si esauriscono con la cornice architettonica. L’iscrizione alla prossima Champions League, o più in generale a una competizione europea, passa attraverso la licenza Uefa, che implica una rigorosa valutazione della sostenibilità finanziaria. Qui emerge un aspetto su cui il club sta lavorando in sordina: il Fair Play Finanziario, o meglio le attuali Regolazioni di Sostenibilità Finanziaria. I conti del Como, trainati da un ciclo di investimenti importanti (frutto del passaggio dalla Serie D alla lotta per l’Europa in pochi anni), presentano perdite significative. Un aspetto che, se non adeguatamente gestito, potrebbe portare a un accordo transattivo (settlement agreement) con l’organo di controllo, un percorso già battuto da altri club europei rientrati in competizione dopo un periodo di forte esposizione debitoria. La sfida, per la proprietà, è dimostrare un piano di rientro credibile senza compromettere la competitività della squadra.
C’è poi un ulteriore, delicatissimo aspetto tecnico che riguarda la composizione della lista dei calciatori. Le normative Uefa impongono la presenza di almeno otto “giocatori formati localmente” (homegrown), di cui quattro specificamente cresciuti nel vivaio del club. Questo è un requisito che penalizza spesso le realtà emergenti che, per costruire una rosa competitiva in tempi brevi, attingono a mercati esteri senza avere il tempo di sviluppare internamente i vivai. Al momento, la rosa a disposizione di Fàbregas risulta sprovvista del numero necessario di questi profili, un elemento che costringerebbe la società a operare una scrematura nelle liste o, in prospettiva, a pianificare con attenzione i movimenti di mercato per colmare questa lacuna. È un paradosso del calcio moderno, dove il successo sul campo corre più veloce della crescita naturale delle strutture giovanili e amministrative.




