Digital tax, Buti: “Giusto che decidano gli Stati, Trump fa il bullo, serve calma”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La minaccia del presidente americano di imporre dazi al 100% sui beni europei, qualora l'Unione Europea procedesse con l'introduzione di una tassa sui servizi digitali, ha riaperto il fronte di una guerra commerciale che sembrava temporaneamente sopito. Le parole di Donald Trump, pubblicate sul suo social Truth, hanno subito trovato una replica ferma da parte di Bruxelles, che ha difeso il proprio "diritto sovrano" di regolamentare le attività economiche sul proprio territorio e ha definito le minacce di ritorsione "ingiustificate".
A gettare ulteriore luce sulla complessità della vicenda è intervenuto Marco Buti, già direttore generale per gli Affari economici e finanziari dell'Unione Europea e poi capo di gabinetto del commissario Paolo Gentiloni, il quale ha offerto un'analisi lucida delle dinamiche in atto e delle fragilità dell'Europa al tavolo negoziale con Washington.
Il "diritto di tassare" e le minacce di Washington
L'ipotesi di una digital tax europea, che secondo uno studio del CEPS commissionato dal Parlamento potrebbe valere tra i 25,7 e i 42,9 miliardi di euro l'anno, è vista da Washington come un atto discriminatorio nei confronti dei propri giganti tecnologici. La reazione di Trump non si è fatta attendere, con toni che Buti definisce "da bullo dei due mondi", volti a fermare quei Paesi che legittimamente programmano di tassare i servizi digitali e a mettere i bastoni tra le ruote a Bruxelles.
La Commissione Europea, dal canto suo, ha ribadito che l'imposta si applicherebbe in modo equo a tutte le grandi imprese, indipendentemente dalla loro nazionalità, e che qualora venissero adottate misure unilaterali, l'Ue è pronta a rispondere in modo "rapido e deciso". Tuttavia, il nodo centrale, come sottolinea Buti, è la disparità di approccio: mentre l'Europa cerca di giocare secondo regole condivise, Trump gioca una partita diversa, mirando non a un accordo ma a imporre una resa ai suoi interlocutori.
La debolezza dell'Europa e il nodo della fiducia
Secondo l'ex alto dirigente europeo, l'Unione si trova oggi in una posizione di debolezza, avendo perso l'opportunità di giocarsi le sue carte nei mesi di aprile e maggio, quando il presidente americano era indebolito dalle reazioni dei mercati alle sue prime politiche tariffarie. Oggi Trump appare più forte, anche grazie all'approvazione di provvedimenti interni che gli hanno dato slancio. Buti sottolinea come l'Ue sia in una "crisi di fiducia" e manchi di una strategia coesa, un problema che rischia di paralizzare l'azione europea di fronte a sfide esistenziali.
La sua analisi richiama la necessità di un cambio di passo strutturale, come già auspicato in occasione dei "Colloqui dell'economia" a Firenze, dove aveva evidenziato come l'Europa non possa più contare su una crescita esclusivamente trainata dall'export, ma debba investire su se stessa e completare il mercato unico.
Un contesto giuridico già di per sé fragile
La nuova offensiva di Trump arriva in un contesto giuridico già estremamente incerto. A maggio 2026, la Corte per il commercio americana ha dichiarato illegali i dazi del 10% imposti dal presidente a febbraio, stabilendo che le tariffe globali generalizzate non trovavano giustificazione nella legge invocata dall'amministrazione.
Già a febbraio, la Corte Suprema aveva compiuto un passo analogo, dichiarando illegittimi i dazi del "Giorno della Liberazione" e scardinando di fatto le basi su cui era stato costruito l'accordo commerciale tra Ue e Usa siglato nell'estate del 2025.
Questa instabilità normativa, unita alle minacce continue e alle pressioni dei lobbisti di Washington, rende il panorama delle relazioni transatlantiche un campo minato, dove Bruxelles fatica a trovare un punto di equilibrio tra la difesa della propria autonomia fiscale e la necessità di evitare un'escalation dannosa per entrambe le economie.
Marco Buti invita quindi alla calma e alla lucidità, ricordando che la sovranità fiscale è un diritto di ogni Stato e che l'Europa non deve lasciarsi intimidire, ma allo stesso tempo deve essere consapevole della propria debolezza interna e lavorare per ricostruire quella coesione che le consentirebbe di sedersi al tavolo con una forza contrattuale ben diversa.




