Buti: "Trump fa il bullo con i dazi, ma sugli Stati la digital tax spetta agli Stati"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Marco Buti, già direttore generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea e poi capo di gabinetto di Paolo Gentiloni, non usa mezzi termini nel definire l'atteggiamento di Donald Trump sulla questione della digital tax: "Con i soliti toni da bullo dei due mondi, cerca di fermare i Paesi che legittimamente programmano di tassare i servizi digitali".
Un monito che arriva mentre la tensione tra Washington e Bruxelles si fa palpabile, con il presidente americano che ha minacciato di imporre dazi al 100% sulle merci in arrivo da qualsiasi paese che osi introdurre un'imposta sui servizi digitali.
La replica dell'amministrazione Trump, infatti, è stata durissima: "Questa TARIFFA prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese, siano essi implementati, firmati o meno", ha scritto il presidente su Truth Social, in un messaggio che suona come un ultimatum a fronte della prospettiva, sempre più concreta, di una tassazione europea sui giganti del web a stelle e strisce.
La minaccia di Trump e i numeri della digital tax europea
Le parole di Buti, raccolte in un'intervista, cadono in un momento delicato per le relazioni commerciali tra le due sponde dell'Atlantico. Trump ha infatti minacciato di colpire con un dazio del 100% i prodotti europei se Bruxelles dovesse procedere con l'introduzione di una tassa sui servizi digitali, un provvedimento che colpirebbe in particolare le grandi aziende tecnologiche americane come Google, Apple, Meta e Amazon.
La posta in gioco è altissima, come dimostrano le proiezioni del CEPS (Center for European Policy Studies), commissionate dal Parlamento europeo: un'aliquota al 3% potrebbe fruttare 25,7 miliardi di euro l'anno, che salgono a 34,3 miliardi con il 4% e fino a 42,9 miliardi con il 5%. Cifre che, come fa notare lo stesso Buti, mostrano un potenziale di entrata tutt'altro che trascurabile, tale da giustificare l'interesse e le resistenze da oltreoceano.
"Trump cerca di mettere i bastoni tra le ruote a Bruxelles che, con difficoltà, prova a studiare un sistema che non è detto che vedrà la luce", ha aggiunto l'economista, sottolineando come la minaccia sia un tentativo di frenare un processo che diversi Stati membri, a vario titolo, stanno portando avanti già da tempo.
Il ruolo di Buti e il braccio di ferro sulle imposte digitali
La posizione di Marco Buti, che ha ricoperto il ruolo di direttore generale per gli Affari economici e finanziari dell'Ue per oltre un decennio, dal 2008 al 2019, per poi diventare capo di gabinetto del commissario Gentiloni, offre una chiave di lettura privilegiata della contesa in corso. Secondo Buti, l'approccio di Trump è quello del "bullo", ma la sostanza della disputa è chiara: la sovranità fiscale degli Stati è un principio che va difeso.
L'Europa, da parte sua, ha già risposto alle minacce definendo "ingiustificate" le misure unilaterali statunitensi, con i rappresentanti della Commissione che hanno ribadito che "le misure unilaterali che prendono di mira politiche così legittime sono ingiustificate" e che "se perseguite, l'UE risponderà rapidamente e con decisione per difendere i propri diritti e la propria autonomia regolamentare". Una presa di posizione che conferma la determinazione europea a procedere su un percorso di tassazione equa dei giganti digitali, nonostante le pressioni e le ritorsioni minacciate da Washington.
Del resto, come ricorda Buti, non è la prima volta che Trump agita lo spauracchio dei dazi di fronte alla prospettiva di una digital tax, avendo già minacciato in passato misure simili, ad esempio, contro la Francia per la sua tassa sul vino, senza poi tradurle in fatti concreti.
Le proiezioni del CEPS e il nodo della sovranità fiscale
Lo studio del CEPS, pubblicato recentemente e commissionato dal Parlamento europeo, fornisce dati che danno forza alle argomentazioni di chi spinge per un'imposta europea. Le cifre parlano chiaro: entrate potenziali che oscillano tra i 25,7 e i 42,9 miliardi di euro all'anno a seconda dell'aliquota scelta, una boccata d'ossigeno non indifferente per le casse dell'Unione, alle prese con le sfide della transizione ecologica e digitale e con l'aumento delle spese per la difesa.
Proprio questa prospettiva ha scatenato la reazione di Trump, che ha promesso un dazio del 100% su "qualsiasi bene inviato negli Stati Uniti d'America", minacciando di far saltare qualsiasi precedente accordo commerciale. Un atteggiamento, quello del presidente americano, che Buti interpreta come un tentativo di intimidazione, ribadendo che "è giusto che decidano gli Stati" in materia di fiscalità.
D'altronde, diversi paesi europei, tra cui Francia, Italia, Spagna e Austria, hanno già introdotto proprie tasse sui servizi digitali, mentre altri, come il Belgio, stanno valutando di fare altrettanto, in attesa di un accordo globale che, al momento, appare ancora lontano.
La posizione di Buti, che in passato ha invitato l'Europa a ripensare il proprio modello di sviluppo per contare meno sull'export e a reagire con forza in un contesto geopolitico incerto, si inserisce perfettamente in questo scenario, dove la digital tax diventa un banco di prova per l'autonomia strategica e fiscale del Vecchio Continente.




