La Corte Ue smonta la giustizia sportiva: la sentenza che cambia le regole per Agnelli e la Juventus
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Redazione Sport
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Non è esattamente un terremoto, anche se qualcuno, magari, un po' lo sperava; eppure, la pronuncia con cui la Corte di giustizia dell'Unione europea si è espressa nei confronti dei ricorsi presentati da Andrea Agnelli e Maurizio Arrivabene, nell'ambito della vicenda plusvalenze che ha coinvolto la Juventus, ha il peso specifico di una vera e propria rivoluzione silenziosa.
Perché se è vero che il parere dell'avvocato generale, reso noto nei mesi scorsi, aveva già in qualche modo anticipato l'orientamento che i giudici comunitari avrebbero poi seguito, è altrettanto vero che la sentenza, depositata ufficialmente, mette nero su bianco un principio destinato a scardinare le fondamenta stesse della giustizia sportiva così come l'abbiamo conosciuta finora.
La Corte, chiamata a pronunciarsi sulle cause riunite C-424/24 e C-425/24, che vedevano contrapposti i due ex vertici bianconeri alla Figc e al Coni, ha stabilito che quando una sanzione sportiva è tale da incidere in maniera significativa sull'attività lavorativa e sulla carriera di una persona, in questo caso quella di dirigente sportivo, essa deve poter essere impugnata e, se illegittima, annullata da un giudice indipendente.
Il caso specifico e la richiesta di annullamento
La vicenda trae origine dalle squalifiche inflitte ad Agnelli e Arrivabene nell'ambito dell'inchiesta della procura federale sulle cosiddette plusvalenze, quelle operazioni di compravendita di calciatori che, secondo l'accusa, avrebbero gonfiato artificiosamente i bilanci del club. A entrambi era stata comminata un'inibizione di ventiquattro mesi, una sanzione che, di fatto, impediva loro di ricoprire qualsiasi ruolo all'interno del mondo del calcio professionistico.
Una prospettiva, quella di vedersi preclusa la propria professione per un lasso di tempo così esteso, che li ha spinti a rivolgersi al Tar del Lazio, chiedendo l'annullamento della decisione della giustizia sportiva.
La Corte europea, con la sua sentenza, ha di fatto dato ragione ai due dirigenti, sancendo un principio che va ben oltre il caso concreto e che investe l'intero sistema: le sentenze emesse dagli organi di giustizia sportiva, in tutti quei casi in cui rappresentano un ostacolo all'esercizio di un'attività professionale, non possono considerarsi un atto interno e insindacabile, ma devono poter essere sottoposte al vaglio di un'autorità giudiziaria terza e imparziale.
Giustizia sportiva e controllo giurisdizionale
Il cuore della decisione risiede proprio nella ridefinizione dei confini tra l'autonomia dell'ordinamento sportivo, che la Corte europea riconosce e tutela, e la necessità di una tutela giurisdizionale piena ed effettiva dei diritti fondamentali.
Fino a ieri, la giustizia sportiva operava come un sistema sostanzialmente chiuso, le cui decisioni, sebbene potessero avere un impatto devastante sulle carriere di atleti, tecnici e dirigenti, erano difficilmente impugnabili davanti alla magistratura ordinaria, se non per profili meramente procedurali o per vizi di legittimità estremamente circoscritti.
La Corte di giustizia, con questa pronuncia, ha invece stabilito che la tutela dell'integrità delle competizioni e la disciplina interna non possono giustificare una sorta di "zona franca" dal diritto, specialmente quando in ballo ci sono interessi economici e professionali di primaria importanza. D'ora in avanti, la conformità al diritto dell'Unione diventa un parametro imprescindibile: un giudice nazionale, investito della questione, dovrà avere il potere di annullare una sanzione che risulti essere stata inflitta in violazione dei principi fondamentali dell'ordinamento comunitario.
Le conseguenze per la Juventus e per il sistema calcio
Sebbene la sentenza sia stata emessa in relazione a casi specifici, le sue ricadute pratiche si estendono a macchia d'olio sull'intero panorama sportivo italiano. La decisione della Corte, se da un lato non reintegra automaticamente Agnelli e Arrivabene nelle loro posizioni, dall'altro apre la strada a una profonda revisione dei meccanismi della giustizia sportiva, che si troverà ora a dover fare i conti con la possibilità, per chi viene sanzionato, di rivolgersi a un giudice "esterno" per ottenere giustizia.
La Juventus, che da tempo si trova al centro di un vortice di inchieste e procedimenti, potrebbe beneficiare di un nuovo clima di maggiore trasparenza e di un controllo più stringente sull'operato degli organi federali, anche se il caso specifico dei suoi ex dirigenti rimane ovviamente sub judice in altre sedi.
In ogni caso, la pronuncia della Corte di giustizia europea rappresenta un punto di non ritorno: il famoso "terzo grado" di giudizio, che tanto aveva fatto discutere per la sua anomalia rispetto al resto d'Europa, dovrà essere ripensato alla luce del diritto comunitario, perché la giustizia, anche quella sportiva, deve poter essere controllata da un giudice indipendente.




