La chiamata di Tajani all'ambasciatrice italiana in Iran: "Oggi come sono stati i bombardamenti?"
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Redazione Interno
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Il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, ha pubblicato sui propri canali social un video, girato dal suo entourage, che lo ritrae mentre è al telefono con l'ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei. La diplomatica, insieme a un convoglio di una cinquantina di connazionali, aveva appena varcato il confine con l'Azerbaijan, lasciandosi alle spalle una Teheran sotto attacco, in quella che si è configurata come una vera e propria operazione di ricollocamento temporaneo della sede diplomatica. Nel breve estratto dell'audio, divenuto rapidamente virale, Tajani chiede alla sua interlocutrice: "Oggi come sono stati i bombardamenti?", con un tono che molti hanno giudicato sorprendentemente colloquiale, quasi si stesse informando sulle condizioni del traffico o sul meteo, invece che sull'incolumità di persone in fuga da una zona di guerra.
La risposta di Amadei, asciutta e professionale, ha riportato la conversazione alla cruda realtà dei fatti. "Oggi si sono sentiti", ha spiegato l'ambasciatrice al ministro, "ma consideri che siamo partiti ieri notte alle 22.45 e non ci siamo mai fermati. Non abbiamo mai dormito. Adesso ci dirigiamo all'uscita ma a Teheran continuano i bombardamenti". La diplomatica, classe 1964, con una lunga carriera alle spalle che l'ha vista ricoprire ruoli di rilievo in Oman e in Bahrein prima dell'approdo a Teheran nel 2024, stava evidentemente gestendo una situazione di stress e pericolo estremi, coordinando la colonna di veicoli in marcia verso il confine azero.
La scelta di Tajani di rendere pubblica la telefonata, nel tentativo di mostrare l'efficacia dei soccorsi e la vicinanza del governo agli italiani all'estero, ha finito per spostare l'attenzione sulla forma piuttosto che sulla sostanza dell'operazione. La domanda, filtrata attraverso il contesto della drammatica evacuazione, ha sollevato più di una perplessità per la sua apparente leggerezza, anche se è probabile che il ministro volesse semplicemente esprimere una forma di partecipazione, chiedendo come stessero procedendo le cose in una giornata segnata dai raid. Dopo aver ricevuto conferma che il gruppo era al sicuro, Tajani ha ribadito il concetto: "Comunque noi rimaniamo a Baku, diciamo che l'ambasciata di fatto si trasferisce a Baku, non è che chiudiamo l'ambasciata", paradosso semantico visto che il suo stesso post annunciava la chiusura della sede a Teheran.
La Farnesina si trasferisce a Baku e prosegue il rimpatrio dei connazionali
Al di là dell'eco mediatica suscitata dal video, l'azione diplomatica messa in campo dal ministero degli Esteri procede senza sosta. "Per motivi di sicurezza abbiamo deciso di trasferire il personale a Baku", ha tenuto a precisare il vicepremier, confermando la buona riuscita di un'operazione complessa che ha visto un convoglio di cinque auto, con a bordo i diplomatici e quei civili che avevano espressamente richiesto di lasciare il Paese, attraversare indenni il confine. La rappresentanza diplomatica continuerà dunque a operare dalla capitale azera, garantendo la tutela degli interessi nazionali e di quei connazionali che, per scelta o per necessità, sono ancora rimasti in Iran, dove si stima risiedano alcune centinaia di italiani, per lo più residenti stabili.
L'emergenza, tuttavia, non si limita al solo territorio iraniano. Dall'inizio della crisi in Medio Oriente, innescata dagli attacchi statunitensi e israeliani e dalla conseguente risposta di Teheran che ha allargato il conflitto ad altri paesi del Golfo, il numero di italiani rimpatriati o assistiti ha raggiunto cifre significative. Lo stesso Tajani ha reso noto, nella giornata di sabato 7 marzo, che sono stati riportati in patria "oltre 20mila italiani" dall'area considerata a rischio, un dato che supera le stime iniziali e che testimonia la mole di lavoro della macchina dei soccorsi. Molti di questi cittadini, tra cui turisti e residenti temporanei, sono rimasti bloccati in paesi come Emirati Arabi Uniti e Kuwait a causa della momentanea chiusura dello spazio aereo e delle difficoltà nei collegamenti.
La gestione dell'emergenza tra colloqui internazionali e allarme economico
Mentre l'attenzione pubblica si concentrava sul tenore della telefonata con l'ambasciatrice Amadei, Tajani portava avanti parallelamente un'intensa attività diplomatica. Nelle stesse ore in cui il convoglio raggiungeva Baku, il ministro ha avuto colloqui telefonici con i suoi omologhi di Azerbaigian, Oman ed Emirati Arabi Uniti, ringraziando per l'assistenza fornita ai cittadini italiani e ribadendo la necessità di una rapida de-escalation del conflitto. Al centro dei dialoghi con i ministri Jeyhun Bayramov, Badr Al Busaidi e Abdullah bin Zayed Al Nahyan, la situazione nel Golfo e l'assoluta inaccettabilità del lancio di missili e droni contro paesi estranei al conflitto, una spirale di violenza che rischia di allargarsi ulteriormente coinvolgendo attori terzi.
Il governo italiano, che ha già sperimentato sulla propria pelle le conseguenze dell'instabilità regionale con l'attacco con droni a una base britannica a Cipro, per il quale Tajani aveva convocato l'ambasciatore iraniano, guarda ora con crescente apprensione agli scenari economici. Il timore principale è che l'escalation possa portare alla chiusura prolungata dello stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per una parte consistente del traffico petrolifero mondiale e vitale per gli approvvigionamenti energetici dell'Italia. Un'eventualità che, come lo stesso Tajani ha avuto modo di sottolineare nelle scorse ore, provocherebbe danni incalcolabili non solo all'economia nazionale, ma all'intero sistema commerciale globale, già provato dalle ripercussioni del conflitto che, come dimostra la cronaca di queste settimane, non accenna a esaurirsi in tempi brevi.




