L’escalation silenziosa: i droni iraniani cadono sull’Azerbaigian e Trump attacca Teheran sul dopo-Khamenei

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il conflitto in Medio Oriente, ormai dilatatosi ben oltre i confini tradizionali, ha registrato nelle ultime ore una pericolosa estensione verso il Caucaso, con l’Azerbaigian che si è ritrovato improvvisamente al centro della bufera. Droni partiti dal territorio iraniano, stando almeno alla ricostruzione fornita da Baku, hanno preso di mira l’enclave di Nakhchivan, un lembo di terra azera geograficamente separato dal resto del paese e incastonato tra Iran, Armenia e Turchia. L’attacco, che ha provocato il ferimento di almeno quattro dipendenti dell’aeroporto internazionale della regione e danni allo scalo, ha fatto crollare la già fragile impalcatura diplomatica tra i due vicini. Uno dei velivoli senza pilota, secondo quanto riferito dalle autorità locali, è precipitato nelle vicinanze di un edificio scolastico nel villaggio di Shakarabad, un dettaglio che ha ulteriormente inasprito la reazione di Baku, con il presidente Ilham Aliyev che non ha esitato a definire l’accaduto un «ingiustificato atto di terrorismo», chiedendo a Teheran non solo spiegazioni dettagliate ma anche delle scuse formali.

La risposta della Repubblica Islamica, messa alla frusta su più fronti, non si è fatta attendere, anche se è arrivata in una forma diametralmente opposta alle accuse: Teheran ha infatti negato con decisione qualsiasi coinvolgimento diretto, gettando ombre su una regia esterna. Per i vertici militari iraniani, citati dall’agenzia Isna, il raid non sarebbe altro che una sofisticata operazione false flag orchestrata da Israele, con l’obiettivo di innescare un casus belli che logori ulteriormente i rapporti con i paesi musulmani e isoli l’Iran in un momento di estrema debolezza, sfruttando la consolidata partnership militare tra l’Azerbaigian e lo stesso Stato ebraico. Una tesi, quella di Tel Aviv che trama alle porte di casa, che però si scontra con la realtà dei fatti materiali, con Baku che ha mostrato i resti dei droni caduti sull’aeroporto, dichiarando di avere le prove della provenienza iraniana dei velivoli e preparandosi, come affermato dal ministero della Difesa, a mettere in campo «necessarie misure di ritorsione per difendere l’integrità territoriale e la sovranità del paese».

La trappola della storia e l’ombra di Israele nel Caucaso

Sullo sfondo di queste tensioni, che rischiano di accendere un fronte del tutto nuovo, si staglia una complessa partita geopolitica fatta di demografia e influenze. L’Iran, che ospita al suo interno una delle più grandi minoranze etniche della regione – stimata tra i 20 e i 25 milioni di azeri – vive con storica apprensione ogni frizione con Baku, temendo che un conflitto possa riaccendere rivendicazioni identitarie lungo i propri confini nord-occidentali. Il presidente Aliyev, nel suo intervento di condanna, ha toccato proprio questa corda estremamente sensibile, definendo l’Azerbaigian indipendente come un «luogo di speranza» per gli azeri che vivono in Iran, un’affermazione che a Teheran è stata letta come una minaccia in piena regola, un tentativo di usare la leva demografica per mettere sotto pressione un regime già in difficoltà. È in questo clima incandescente che si inserisce la voce di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, che ha deciso di alzare ulteriormente la posta in gioco.

Intervenendo sulla successione alla guida della Repubblica Islamica, dopo la morte del leader Ali Khamenei, il presidente americano ha rilasciato dichiarazioni destinate a pesare come macigni sulle già complesse dinamiche interne iraniane. Trump, in un’intervista telefonica, ha esplicitamente dichiarato che gli Stati Uniti intendono avere un ruolo nella scelta del nuovo leader, bollando come «inaccettabile» la possibile ascesa di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah e figura di spicco dell’ala più dura del regime. Paragonando la situazione a quella venezuelana, il presidente ha affermato con forza la necessità di essere «coinvolto nella nomina», perché – ha aggiunto – non si può permettere che tra cinque anni si torni alla guerra. Una posizione che rappresenta un’ingerenza senza precedenti negli affari interni di uno stato con cui gli USA sono in aperto conflitto, e che mira a condizionare dall’esterno le già travagliate riunioni dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo che dovrà designare il successore di Khamenei.

La chiusura dell’ambasciata italiana e la condanna internazionale

Mentre la diplomazia mondiale cerca di districarsi tra dichiarazioni bellicose e colpi di scena, la macchina della sicurezza internazionale si è messa in moto. L’Italia, attraverso il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha annunciato la chiusura temporanea della propria ambasciata a Teheran per motivi di sicurezza, trasferendo l’intero personale – una cinquantina di connati guidati dall’ambasciatrice Paola Amadei – nella capitale azera Baku. Una decisione presa dopo aver attraversato il confine via terra, per sottrarre i diplomatici ai continui bombardamenti che stanno martoriando la capitale iraniana. Una misura cautelare che non implica, come precisato dallo stesso Tajani, una rottura delle relazioni diplomatiche, ma che fotografa in maniera nitida la percezione del pericolo in un paese ormai teatro di guerra aperta.

La comunità internazionale, nel frattempo, ha iniziato a schierarsi in maniera compatta al fianco di Baku. Il Regno Unito, la Francia, la Turchia, l’Arabia Saudita e persino il Qatar hanno condannato senza mezzi termini l’attacco con droni su Nakhchivan, descrivendolo come una «violazione del diritto internazionale» e un atto che mina la stabilità regionale. Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha parlato di «aggressione aperta e sfrenata» da parte di un «regime folle», evidenziando come l’incidente rischi di saldare ancora di più l’alleanza tra i paesi preoccupati dall’espansionismo iraniano. Baku, pur mobilitando le proprie forze armate e minacciando ritorsioni, sembra per ora voler giocare la carta della pressione diplomatica, consapevole che un’apertura di un secondo fronte settentrionale potrebbe avere conseguenze imprevedibili, soprattutto in un’area, quella del Caucaso, già segnata da ferite aperte e conflitti congelati.

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