La Bce sancisce la fiammata dei prezzi: “Con la guerra in Iran inflazione già sopra il 3%”
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Redazione Economia
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L’inflazione rialza la testa, e questa volta – a differenza delle scorse fasi di turbolenza puramente energetica o post-pandemica – il motore dello shock è squisitamente geopolitico. La guerra in Iran, esplosa con una violenza che pochi analisti avevano previsto in così breve tempo, stravolge le carte che la Banca centrale europea aveva pazientemente rimesso in ordine dopo gli anni dei tassi a zero e dei bilanci stellari. L’economia globale trema sotto il peso del rincaro energetico, e Francoforte, lungi dall’intervenire con la consueta tempra da banca centrale pronta al fuoco, sceglie l’attesa: congela i tassi, osserva, e si affida a quello che definisce un “approccio basato sui dati”, quasi a voler prendere tempo prima di un eventuale – e ormai probabile – nuovo giro di vite.
Il bollettino che non ammette repliche
Il secondo Bollettino Economico del 2026 certifica un drammatico cambio di scenario. Il messaggio dell’Eurotower non ammette repliche: «Il conflitto in Medio Oriente ha reso le prospettive di inflazione orientate al rialzo, soprattutto nel breve termine». Non si tratta più di un’ipotesi accademica, né di un avvertimento generico destinato a finire nelle note a piè di pagina dei rapporti trimestrali. La frase – asciutta, quasi chirurgica – arriva con il peso specifico di chi deve gestire un’emergenza senza però alimentare il panico. E i numeri, come sempre in questi casi, parlano da soli: la Bce prevede un brusco balzo dell’inflazione al 3,1% nel secondo trimestre del 2026, con una successiva, lieve flessione al 2,8% nel terzo trimestre, giustificata esclusivamente dal calo implicito delle quotazioni energetiche nei contratti future. Una boccata d’ossigeno, questa, che i governatori dell’Eurotenda guardano però con sospetto, ben sapendo quanto i mercati delle materie prime siano oggi imprevedibili.
Il rischio di una trasmissione a catena
Ma il vero nodo – quello che tiene sveglie le notti di Christine Lagarde e del suo board – è un altro. Il protrarsi della guerra in Iran potrebbe innescare un rincaro dei beni energetici più accentuato e duraturo di quanto atteso, spingendo a un ulteriore rialzo l’inflazione dell’area dell’euro. E qui il discorso si fa complesso, perché Francoforte sottolinea come tale aumento potrebbe risultare “più marcato e persistente” se le aspettative di inflazione – quelle che si formano nelle teste di imprenditori, consumatori e sindacati – iniziassero a decollare. Se la crescita salariale aumentasse di riflesso, se l’incremento dei prezzi dei beni energetici dovesse trasmettersi all’inflazione al netto della componente energetica (quella cosiddetta di fondo) in misura maggiore rispetto allo scenario di base, oppure se il conflitto provocasse turbative più generalizzate delle catene di approvvigionamento mondiali. Tre “se” che compongono una tempesta perfetta, ancora solo potenziale ma già dolorosamente realistica.
Panetta e la stabilità finanziaria sotto stress
A gettare ulteriore benzile sul fuoco – se così si può dire in un contesto già infiammato – ci pensa Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della Bce, il quale avverte che a rischio non è solo il potere d’acquisto delle famiglie ma l’intera stabilità finanziaria. Un’affermazione, la sua, che non va letta come un semplice allarme tecnico: quando un banchiere centrale di lungo corso usa l’espressione “stabilità finanziaria”, sta evocando lo spettro di tensioni sui mercati del credito, possibili strozzature per banche e imprese, e una volatilità capace di travolgere le economie più fragili dell’Eurozona. Intanto il Board mantiene una strategia flessibile, rinunciando a impegni formali sui prossimi movimenti dei tassi, mentre i governi – e qui il messaggio è diretto a Roma, Parigi, Berlino – devono lavorare su disciplina di bilancio e riforme strutturali. Nessun salvagente, insomma, da attendersi dalla banca centrale se i singoli stati non faranno la loro parte.
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