Il trailer di Spider-Noir svela un Ben Reilly in fuga dalla maschera, tra gangster e fantasmi del passato

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il primo teaser trailer di Spider-Noir è stato distribuito da Prime Video e con esso, a spezzare definitivamente il velo di attesa che circondava la produzione, è arrivata anche la conferma di una data: sarà il 27 maggio 2026, quando tutti gli otto episodi — pensati per una fruizione in binge-watching — approderanno sulla piattaforma in oltre duecentoquaranta territori. Nicolas Cage, premio Oscar e qui al suo primo ruolo da protagonista in una serie televisiva, presta volto e Corpo a Ben Reilly, investigatore privato in disarmo che calpesta il selciato di una New York degradata e autunnale, scelta come palcoscenico di un’epoca, quella degli anni Trenta, in cui la polvere della Depressione aveva già ricoperto ogni residuo di ottimismo. Non ci si trova dinanzi all’ennesima variazione sul tema dell’eroe scanzonato: il personaggio che Cage interpreta, e che lo stesso attore ha descritto come una miscela per settanta per cento humphreybogartiana e per il resto venata dell’anarchia coniglietta di Bugs Bunny, sembra trascinarsi dietro un peso che il trailer lascia intravedere solo per frammenti, fatto di scelte non compiute e di una maschera, quella del cosiddetto “Ragno”, che ha appeso al chiodo dopo una tragedia personale della quale ancora non si conoscono i contorni esatti.

Un investigatore privo di poteri e quel passato che non passa

La narrazione, che Sony Pictures Television produce in esclusiva per MGM+ e Prime Video, si sviluppa attorno a un paradosso che il materiale promozionale mette in scena con crudezza visiva: l’uomo che è stato l’unico supereroe della metropoli ora vaga tra uffici polverosi e speakeasy semibuie, privo di quelle abilità che lo avevano reso, un tempo, una leggenda urbana. Lo slogan che accompagna le prime immagini — “With No Power Comes No Responsibility”, una torsione cinica e quasi beckettiana del noto adagio — suggerisce come qui la responsabilità non derivi più dalla potenza, ma semmai dalla sua assenza, quasi che l’inazione, il ritiro, siano essi stessi una colpa da espiare. Il trailer alterna sequenze in un bianco e nero volutamente graffiato ad altre a colori, preannunciando quella che sarà una peculiarità distributiva della serie: l’intera stagione sarà disponibile in entrambi i formati, “Authentic Black & White” e “True-Hue Full Colour”, una scelta che da scelta stilistica diventa elemento di racconto, sottolineando la doppia natura di un uomo diviso tra la realtà opaca del presente e la vivida, forse romanzata, memoria dell’azione.

La galleria dei comprimari e la regia di Bradbeer

Attorno alla figura emaciata e riflessiva di Ben Reilly si muove un cast so, del quale il teaser offre solo rapide inquadrature. Lamorne Morris veste i panni di Robbie Robertson, giornalista dalla sigaretta pendula e dallo sguardo indagatore, descritto come amico leale e cronista determinato a ritagliarsi uno spazio in una professione che non fa sconti. Li Jun Li è Cat Hardy, cantante notturna e figura di femme fatale la cui ambiguità morale, stando ai profili diffusi, cela motivazioni più stratificate della semplice ricerca del guadagno. E ancora, Karen Rodriguez interpreta Janet, segretaria di Reilly descritta come sveglia, schietta e senza paura di contraddire il proprio principale, a formare un microcosmo di relazioni che sembra ancorare il protagonista a una quotidianità che egli stesso, forse, percepisce come provvisoria. A questi si aggiungono Abraham Popoola, Jack Huston e Brendan Gleeson, con quest’ultimo brevemente inquadrato nei panni di Silvermane, storico antagonista del fumetto qui trasposto in una dimensione più terrena e gangsteristica. La regia dei primi due episodi porta la firma di Harry Bradbeer, vincitore di un Emmy per Fleabag, e la sua mano si avverte nella costruzione di inquadrature che sembrano rubate a un espressionismo cinematografico di mezza estate, capaci di trasformare un lampione gocciolante o un riflesso su una vetrina in presagi concreti. Oren Uziel e Steve Lightfoot, quest’ultimo già al timone del Punitore Marvel, agiscono come co-showrunner e produttori esecutivi, ereditando e sviluppando l’impianto narrativo assieme a Phil Lord, Christopher Miller e Amy Pascal, lo stesso trio che aveva portato sugli schermi l’estetica rivoluzionaria di Into the Spider-Verse.

L’ombra di una continuity assente e la scelta dell’autonomia narrativa

Se è vero che Cage aveva già prestato la voce a una versione animata del personaggio nel film del 2018 — interpretazione che contribuì ad accrescere la popolarità di questa specifica variante del multiverso — è altrettanto vero che Spider-Noir si presenta come un’entità deliberatamente autonoma. Non vi è traccia, nel materiale diffuso, di rimandi diretti a quella pellicola o ad altre iterazioni del ragno; il Ben Reilly del live-action è una costruzione che affonda le radici nella materia cartacea originale, quella dei fumetti Spider-Man Noir pubblicati a partire dal 2009, e non nelle sue successive rielaborazioni per lo schermo. La distinzione non è secondaria: significa che ci si troverà dinanzi a un universo chiuso, otto episodi che non chiedono allo spettatore di aver memorizzato genealogie eroiche o meccanismi di salto dimensionale, ma lo gettano direttamente nel fango di una città che non crede più agli eroi, semmai ai conti in sospeso. La scelta di Amazon e MGM+ di rilasciare la serie per intero in un’unica soluzione — preceduta, per il solo mercato domestico statunitense, da un passaggio sul canale lineare MGM+ a partire dal 25 maggio — rafforza questa percezione di opera compatta, pensata per essere consumata come un lungo film spezzettato o, forse, come un romanzo poliziesco da leggere tutto d’un fiato.

Una metropoli senza tempo tra fumetto e realtà

Ciò che colpisce, nelle immagini fin qui rilasciate, è la coerenza quasi ossessiva dell’ambientazione. Non si tratta semplicemente di vestire Nicolas Cage con un impermeabile e posizionarlo dinanzi a uno sfondo in CGI che evochi il periodo storico; l’operazione pare essere più radicale. La New York di Spider-Noir è un personaggio essa stessa, con le sue guglie art déco che tagliano cieli plumbei e i suoi vicoli dove l’acqua ristagna nelle pozzanghere come inchiostro versato. È una città che trattiene il respiro, in attesa che la polvere da sparo si depositi, e in questo silenzio carico di tensione si muove Ben Reilly, le mani in tasca e lo sguardo rivolto a qualcosa che solo lui può vedere. La produzione, che vede lo stesso Cage figurare tra i produttori esecutivi accanto a Pavlina Hatoupis, ha costruito un’estetica che non concede nulla alla patina patinata del biopic, preferendo invece una grana visiva che restituisca la consistenza ruvida della carta di giornale o la ruggine che avanza inesorabile sulle inferriate dei palazzi. Ed è in questo crogiolo di stili — il fumetto che si fa carne, il noir classico che abbraccia l’eroe pop — che la serie sembra voler trovare la sua cifra distintiva, lontana anni luce dai canoni del genere supereroistico mainstream eppure, forse proprio per questo, capace di intercettare una domanda di racconto più adulto e sfumato che il pubblico di piattaforma, oggi, pare esprimere con crescente insistenza.

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