A Livorno i magazzini stracolmi di vino bloccato dai dazi di Trump, mentre al Vinitaly si cerca una risposta
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Redazione Interno
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Mentre a Verona si discute delle conseguenze delle nuove tariffe doganali imposte dagli Stati Uniti, il porto di Livorno offre già un’immagine concreta degli effetti: migliaia di casse di vino giacciono in deposito, invendute, e i magazzini hanno raggiunto la saturazione. Francesco Colpizzi, amministratore delegato dei Castelli del Grevepesa, non usa giri di parole: «Gli importatori hanno smesso di ritirare gli ordini, spaventati dall’incertezza sui costi aggiuntivi. Non riguarda solo i nostri prodotti, ma l’intero settore».
Tra i produttori presenti al Vinitaly, c’è chi ha un rapporto particolare con Donald Trump. Nicola Chiaromonte, la cui cantina pugliese nel 2018 rifornì la Casa Bianca con 720 confezioni per il ricevimento di Natale, oggi si chiede perché quel stesso presidente abbia deciso di penalizzare il vino italiano. «Se lo incontrassi – dice con l’ironia che lo caratterizza – gli direi in dialetto: uagliò, che combini?». Ma al di là delle battute, il problema è serio.
Secondo Drei, presidente di Fedagripesca, i dazi rischiano di destabilizzare un mercato che, solo negli ultimi quattro anni, ha visto crescere del 28,5% le esportazioni italiane, toccando gli 8 miliardi di euro. Di questi, circa 2 miliardi provengono dalle cantine associate. «Senza interventi – avverte – il caos sarà inevitabile».




