Cina, accelerazione sugli armamenti: una nuova guerra fredda è già in atto
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La Repubblica Popolare Cinese ha intrapreso, a partire dal 2020, un'imponente e sistematica espansione delle infrastrutture dedicate alla produzione missilistica, un potenziamento che, secondo le analisi di esperti, configura ormai lo scenario di una nuova guerra fredda. Questa accelerazione, la cui portata è stata svelata attraverso un esame approfondito di immagini satellitari, documenti ufficiali e mappe, mira a consolidare il ruolo militare di Pechino nell'intera regione asiatica, rafforzando al contempo la propria capacità di deterrenza diretta nei confronti degli Stati Uniti, la cui amministrazione guidata dal presidente Donald Trump monitora con attenzione gli sviluppi. Si tratta di un programma di riarmo che procede senza soste, lontano dai riflettori, e che sta ridefinendo gli equilibri di potere globali.
L'analisi satellitare e l'espansione delle basi
Un'indagine condotta su un totale di 136 siti, che sono collegati alla produzione di missili o direttamente alla Forza Missilistica dell'Esercito Popolare di Liberazione – la quale controlla peraltro l'intero arsenale nucleare cinese – ha rivelato che più del sessanta per cento di essi presenta i segni inequivocabili di un ampliamento, il quale è in alcuni casi ancora in corso mentre in altri è già stato portato a compimento. Questa massiccia opera di potenziamento infrastrutturale, che abbraccia un arco temporale ben definito, dimostra una volontà precisa di incrementare la capacità produttiva in modo esponenziale, diversificando al tempo stesso le tipologie di armamenti. Tra i progetti più significativi, e percepiti come particolarmente minacciosi, vi è lo sviluppo del cosiddetto "killer di Guam", un missile concepito per mettere a rischio asset strategici americani dislocati nell'area del Pacifico.
Le mine navali e la dottrina dell'interdizione
Al di là dei sistemi d'arma più appariscenti e tecnologicamente avanzati, come i missili ipersonici o i caccia di ultima generazione, sui quali Pechino sta investendo risorse ingenti, il vero perno della sua strategia di interdizione marittima, finalizzata a negare l'accesso a specifiche aree, ruota intorno a un'arma molto meno complessa ma estremamente efficace: le mine navali. Questi ordigni, di piccole dimensioni e disponibili in quantità enormi, rappresentano una componente fondamentale della dottrina militare cinese, offrendo una capacità di controllo degli spazi marittimi a basso costo e di grande impatto dissuasivo. Si tratta di uno degli elementi che, pur non attirando la stessa attenzione dei vettori balistici, contribuisce in maniera decisiva a bilanciare la superiorità navale tradizionale di altre potenze.
Il contesto regionale e le azioni della Corea del Nord
In un quadro geopolitico già teso, caratterizzato da una corsa agli armamenti che alcuni definiscono senza precedenti, le azioni della Corea del Nord aggiungono ulteriori elementi di instabilità. Il regime di Kim Jong-un ha infatti proceduto al lancio di un missile balistico a corto raggio nel mar del Giappone, una mossa che è arrivata poco dopo l'avvertimento di "misure adeguate" in risposta a nuove sanzioni americane imposte a individui ed entità legate a Pyongyang. Questa provocazione, sebbene distinta dal programma cinese, si inserisce in un panorama regionale dove le dimostrazioni di forza militare stanno diventando un linguaggio sempre più comune, alimentando un ciclo di azioni e reazioni che le diplomazie faticano a contenere.




