Pichetto e l’incubo Hormuz: “Riserve per un mese, pronti al razionamento”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La guerra in Iran e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz – un passaggio cruciale per il trasporto del petrolio mondiale – hanno innescato una scossa tellurica nei mercati energetici, e l’Italia, nonostante la sua tradizionale vocazione alla diplomazia, si trova ora a fare i conti con l’evidenza cruda dei numeri. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha rotto gli indugi, confermando ciò che molti analisti temevano: in caso di blocco totale delle forniture, il Paese può contare su riserve strategiche capaci di coprire il fabbisogno nazionale per appena trenta giorni. È una finestra temporale strettissima, che restituisce l’idea di una vulnerabilità sistemica difficilmente colmabile con interventi tampone, sebbene il ministro abbia voluto escludere, almeno per ora, il ritorno a misure drastiche come le celebri “domeniche a piedi” degli anni Settanta.

Il primo segnale arriva dal cielo: aerei a corto di cherosene

Mentre le dichiarazioni ufficiali cercavano di contenere il panico, il primo vero campanello d’allarme è suonato negli aeroporti, dove la fibrillazione per la scarsità di jet fuel è già una realtà tangibile. Alcuni dei principali scali nazionali – tra cui Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna – hanno dovuto attivare restrizioni immediate sui rifornimenti, una misura che resterà in vigore almeno fino al 9 aprile e che è stata imposta da uno dei maggiori fornitori di cherosene. In pratica, si è deciso di dare la precedenza ai voli considerati essenziali: quelli di Stato, le ambulanze aeree e i collegamenti di lunga durata (superiori alle tre ore), mentre gli altri operatori – specialmente quelli a corto raggio tanto cari al mercato low cost – dovranno arrangiarsi con un massimo di duemila litri di carburante per volo. Non è ancora il collasso, certo, ma è la crepa nel muro che tiene lontana l’emergenza dalla quotidianità; e il presidente dell’Enac, pur cercando di tranquillizzare i viaggiatori, ha ammesso che la situazione è “complicata”, sottolineando come l’Europa abbia da tempo un problema strutturale di produzione di cherosene, reso esplosivo dall’attuale boom del traffico aereo.

La stretta sui consumi e la commissione d’emergenza

Di fronte a questo scenario, l’esecutivo ha fatto scattare il piano di emergenza, sebbene senza ancora azionare la leva del panico. Pichetto Fratin ha rivelato che al Ministero lavora una commissione speciale – un organismo tecnico che sta passando al setaccio ogni possibile variabile – incaricata di studiare le misure da adottare qualora la penuria dovesse aggravarsi. Tra le ipotesi più concrete, oltre a un inevitabile inasprimento delle restrizioni sulla mobilità privata, si parla di un rilancio massiccio dello smart working per ridurre gli spostamenti e i consumi negli uffici pubblici, una soluzione che i sindacati avevano già proposto come misura preventiva. Nel frattempo, il governo ha già dovuto mettere mano al capitolo accise, prorogando i tagli fino al primo maggio per tentare di arginare un’escalation dei prezzi che sta assumendo contorni preoccupanti: la benzina al self vola verso quota 1,78 euro al litro, mentre il gasolio ha ormai abbondantemente superato la soglia psicologica dei due euro. E nonostante gli stoccaggi di gas mostrino un cuscinetto del 43%, tecnicamente superiore alla media europea, la speculazione legata al conflitto continua a spingere verso l’alto le quotazioni di elettricità e materie prime.

Lo spettro del passato e la vulnerabilità italiana

C’è, in questa crisi, un déjà vu inquietante che rimanda ai periodi bui delle grandi tensioni mediorientali. La chiusura di Hormuz – una sorta di collo di bottiglia naturale attraverso cui passa una fetta enorme del greggio mondiale – risveglia vecchie paure sopite durante gli anni della globalizzazione spensierata. A differenza di quanto accadde mezzo secolo fa, però, oggi il contesto economico è molto più complesso e interconnesso, e la risposta non può limitarsi a chiudere le strade la domenica. L’Italia, va ricordato, è un Paese storicamente energivoro e dipendente dall’estero, e la lezione che emerge dalle parole del ministro è chiara: la sicurezza energetica non è un lusso da inseguire nei momenti di calma, ma una infrastruttura da costruire giorno per giorno. La disponibilità ridotta di cherosene in scali come Linate e Bologna è solo l’effetto più visibile di una malattia di fondo: quella di un sistema che, quando il vento gira, scopre di avere il fiato corto.

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