Lo spettro di Budapest, l’ultimo smacco di Meloni sarà il flop del caro Orbán

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non c’è pace, insomma, per i corridoi di palazzo Chigi. Tra le dimissioni che odorano di forzatura – un ministro che lascia, si mormora, non proprio per libera scelta – e un decreto fiscale che già scricchiola sotto il peso delle sue stesse promesse, senza dimenticare i pasticci legati alle basi statunitensi e le uscite sempre più sconcertanti di chi siede nuovamente alla Casa Bianca (quello stesso Trump che oggi è presidente, e non certo un comparsa), ecco che all’orizzonte se ne affaccia un altro. Un guaio, per l’esattezza, che porta il nome di Viktor Orbán. Giorgia Meloni, convinta com’è di poter raddrizzare una sorte ormai visibilmente declinante, parlerà alle Camere il prossimo 9 aprile. Ma il vero spettro, quello che rischia di trasformare il suo discorso in un esercizio di stile più che di sostanza, arriva da Budapest.

La campagna sporca a pochi giorni dal voto

Scandalo e contro-scandalo, accuse e controaccuse: a poco più di una settimana dalle elezioni parlamentari ungheresi – il voto è fissato per il 12 aprile – il clima è incandescente. La corsa, ormai senza esclusione di colpi, vede contrapposti due uomini: da un lato Viktor Orbán, leader di Fidesz e primo ministro da sedici anni (un’era, per la politica europea), dall’altro Péter Magyar, che solo a febbraio 2024 è uscito dalle forze di governo e oggi guida il partito Tisza. La campagna, va detto, si è trasformata in una sequela di attacchi personali, dossieraggi e colpi bassi; un copione, questo, che l’Ungheria conosce bene. Ma c’è un dettaglio, forse decisivo, che i molti osservatori occidentali faticano a cogliere.

Simulacri ed eredi: chi vince davvero?

Manca una settimana, e già si sente quella frenesia particolare con cui i progressisti europei preparano i festeggiamenti. Per loro, una sconfitta di Orbán equivarrebbe a una restaurazione della democrazia. Peccato che – ed è bene ricordarlo – i sondaggi seri dipingano un quadro ben diverso da quello che si vuole celebrare in anticipo. Il Tisza di Péter Magyar viaggia tra il quaranta e il cinquanta per cento, mentre Fidesz stenta a superare la soglia del quaranta. L’esito, insomma, non è affatto incerto. Ma ciò che sta per vincere – e qui sta il punto – non è affatto la sinistra che già sventola bandiere. Magyar non è un democratico liberale nel senso classico del termine; è piuttosto un ex di regime, un fuoriuscito che ha imparato le regole del gioco proprio dal suo avversario. E questo, per chi guarda da Roma, cambia molte cose.

Lo smarrimento della democrazia e il caso ungherese

Negli ultimi anni – lo abbiamo visto accadere in più di un paese – la democrazia, laddove ancora esiste (e non sono poi molti i luoghi al mondo in cui è davvero vitale), ha spesso premiato candidati divisivi, quando non apertamente illiberali. Uomini e donne, questi, che hanno creato problemi seri sia all’interno dei propri confini sia nei rapporti internazionali. Il caso Orbán, per l’Ungheria, ne è l’esempio più lampante. La sua capacità di influenzare l’Europa, di piegare le regole comunitarie a proprio vantaggio, di tessere alleanze scomode (con quella stessa destra che oggi governa a Roma, per esempio) lo ha reso un alleato prezioso per Giorgia Meloni. Un alleato, però, che ora rischia di diventare un peso morto. Perché se Magyar dovesse vincere – e i numeri dicono proprio questo – l’asse privilegiato tra Budapest e palazzo Chigi subirebbe un colpo durissimo. E non si tratterebbe solo di una perdita di influenza: sarebbe la fotografia nitida di un fallimento politico. Quello di chi ha scommesso sul cavallo sbagliato, nel momento stesso in cui il fantasma di una democrazia malata si appresta a cambiare semplicemente volto.

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