Nuova vasta ondata di raid israeliani su Teheran, Shiraz e Tabriz. Teheran: colpite anche una clinica e depositi di carburante, è ecocidio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le Forze di difesa israeliane hanno comunicato nelle ultime ore di avere messo in atto quella che viene definita “una vasta ondata di attacchi” contro quella che l’esercito descrive come “le infrastrutture del regime terroristico iraniano”. L’operazione, condotta dall’aeronautica militare e della quale al momento non si conoscono esiti definitivi in termini di danni o vittime, si sta sviluppando simultaneamente su tre distinti fronti urbani: la capitale Teheran e le città di Shiraz e Tabriz. Fonti locali, prima dell’annuncio ufficiale da parte di Israele, avevano già segnalato forti esplosioni e il sorgere di fiamme e colonne di fumo nel cielo della capitale nella notte, eventi ai quali la contraerea iraniana avrebbe risposto, stando alle prime ricostruzioni, impegnandosi in un serrato tentativo di intercettazione.

A cadere sotto i colpi delle incursioni, secondo quanto denunciato dalle autorità della Repubblica Islamica, non sarebbero state soltanto installazioni militari o strategiche. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha puntato il dito contro i raid che avrebbero preso di mira i depositi di carburante situati nella capitale, un’azione che ha prontamente definito come un atto di “ecocidio”. Con questo termine, Araghchi intende sottolineare il potenziale disastro ambientale innescato, un danno che, nelle sue parole, metterebbe a repentaglio la salute dei residenti di Teheran nel lungo periodo, contaminando suolo e falde acquifere con conseguenze che potrebbero riverberarsi per generazioni. In aggiunta, la Mezzaluna Rossa iraniana ha riferito di ingenti danni riportati da una propria clinica e da un posto di soccorso situati nell’area metropolitana di Teheran, sebbene l’entità precisa delle vittime e dei feriti tra il personale sanitario e i civili non sia stata ancora chiarita in via ufficiale.

Lo spettro dello Stretto di Hormuz e la posizione degli Stati Uniti

In questo scenario di tensione crescente, si inseriscono le dinamiche relative alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, il passo marittimo cruciale per il transito di una percentuale significativa del petrolio mondiale. Teheran ha fatto sapere, attraverso i suoi canali ufficiali, che è stato concesso un lasciapassare per le navi appartenenti a Paesi non direttamente coinvolti nel conflitto, un’apertura che sembra voler scongiurare una crisi energetica globale immediata ma che ribadisce, al contempo, la capacità iraniana di controllare e interdire il traffico nella regione. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, segue con attenzione l’evolversi della situazione. Le sue dichiarazioni più recenti si sono concentrate su un altro fronte, quello cubano, affermando che anche L’Avana, al pari di Teheran, sarebbe interessata a trovare un’intesa, ma lasciando intendere, con una frase volutamente ambigua, che in assenza di un accordo con “il regime comunista” gli Stati Uniti “faranno quello che è necessario”.

Baghdad mette in guardia i curdi, mentre prosegue la repressione interna

Sul fronte iracheno, la preoccupazione principale delle autorità di Baghdad è che i gruppi curdi presenti nel nord del Paese possano essere tentati di approfittare del caos per unirsi attivamente al conflitto contro l’Iran, magari aprendo un nuovo fronte a ridosso dei confini. Una prospettiva, questa, che il governo centrale ha voluto stroncare sul nascere con un avvertimento chiaro e perentorio: non fatelo, è l’intimazione che arriva dalle istituzioni irachene, consapevoli di quanto un’escalation del genere potrebbe rivelarsi devastante per la stabilità già precaria dell’intera nazione. Parallelamente alle operazioni militari esterne, l’Iran stringe la morsa all’interno. Le autorità hanno annunciato un’importante operazione di intelligence che ha portato all’arresto di cinquecento persone, accusate di spionaggio a favore dei “paesi nemici”, con un riferimento diretto agli Stati Uniti e a Israele. Tra i fermati, secondo le prime indiscrezioni fornite dalla stampa locale, vi sarebbero elementi accusati di avere fornito informazioni sensibili a reti collegate all’opposizione e a media considerati ostili alla linea del regime.

L’offensiva nel mirino del ministro Araghchi: atti di guerra e crimini ambientali

Il ministro degli Esteri Araghchi è tornato a denunciare con vigore la modalità con cui Israele sta conducendo gli attacchi a largo raggio, concentrandosi in particolare sulle conseguenze collaterali degli stessi. Oltre al danno ambientale provocato dai bombardamenti sui serbatoi di carburante, il capo della diplomazia iraniana ha sottolineato come il fatto stesso di colpire determinate infrastrutture civili configuri, a suo avviso, una violazione del diritto internazionale. La definizione di “ecocidio”, utilizzata in questo contesto, serve a porre l’accento su un aspetto specifico del conflitto: il danno prolungato e sistemico all’ambiente e alla popolazione, un danno che secondo Teheran non si esaurisce con l’esplosione ma persiste nel tempo, inquinando le risorse primarie come l’acqua e il terreno. Una strategia comunicativa, quella iraniana, volta a internazionalizzare il conflitto anche sul piano della percezione pubblica, cercando di spostare l’attenzione dalle infrastrutture militari agli effetti umanitari e ambientali delle incursioni.

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