Il miraggio della normalità e la diplomazia di Meloni tra Usa e Europa
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Redazione Interno
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Gli incontri di Giorgia Meloni con Donald Trump e J.D. Vance sono stati descritti come un successo, ma il sollievo con cui vengono raccontati tradisce un’aspettativa più modesta: quella della semplice normalità. In un’epoca in cui le relazioni transatlantiche oscillano tra tensioni e improvvisi riavvicinamenti, persino un dialogo privo di strappi assume i contorni di una vittoria. Le democrazie, affamate di prevedibilità, cercano nei rituali diplomatici — spesso scambiati per ipocrisia dagli osservatori più superficiali — un antidoto all’instabilità.
Che la premier italiana abbia consolidato il proprio ruolo di interlocutrice privilegiata della nuova amministrazione americana è un dato difficilmente contestabile, tanto che persino Mario Monti, storico avversario politico, ha riconosciuto nel 'Giornale' che si è trattato di «un bel successo, per lei e per l’Italia». Un’ammissione che, inevitabilmente, riaccenderà polemiche tra le fila dell’opposizione, già irritata dalla crescente centralità romana nello scacchiere internazionale.
Proprio questa centralità, però, rischia di diventare un elemento di frizione con gli alleati europei. Se Meloni punta a organizzare a Roma il vertice tra Trump e i leader Ue, evitando Bruxelles, c’è chi vi legge una concessione alle critiche americane verso il Vecchio Continente, piuttosto che un segnale di forza negoziale. Emmanuel Macron, geloso del primato francese nelle relazioni con Washington, potrebbe tentare di indebolire la proposta italiana, temendo che Parigi venga scavalcata.
Intanto, la premier si prepara a rinsaldare i legami con Berlino, consapevole che senza l’appoggio tedesco ogni iniziativa europea rischia di arenarsi. Il colloquio con Friedrich Merz, leader della Cdu, rientra in una strategia più ampia: assicurarsi che la Germania, tradizionale ago della bilancia Ue, non remi contro il vertice romano.




