Treviso, lo sgomento per la morte di Pietro Monici: travolto da un albero marcio mentre pescava nel Botteniga

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il tardo pomeriggio di giovedì 9 aprile si è trasformato in una tragedia lungo le sponde del Botteniga, a Treviso, dove la quiete della pesca sportiva è stata spezzata da un boato improvviso e inesorabile. Un uomo di 39 anni, Pietro Monici, ha perso la vita dopo essere stato schiacciato dal tronco di un pioppo – che i residenti descrivono come ormai marcio – crollato senza preavviso mentre lui e un amico si trovavano sulla riva. La vittima, vigile del fuoco volontario e in attesa di entrare stabilmente nel nazionale, era un ex rugbista originario di Milano ma da tempo radicato nella Marca trevigiana, e proprio la sua duplice natura di soccorritore e di vittima aggiunge un alone di crudele paradosso a questa vicenda.

L’allarme è scattato intorno alle 18:45: l’amico che lo accompagnava, rimasto miracolosamente illeso ma in stato di profondo choc, ha lanciato subito la richiesta di aiuto. Sul posto sono accorsi i vigili del fuoco (che per liberare il hanno dovuto fare ricorso a una gru e a motoseghe, tagliando rami e fronde per raggiungerlo) insieme ai sanitari del Suem 118, ma per l’uomo non c’era ormai più nulla da fare. Si indaga ora per omicidio colposo, con la procura che ha aperto un fascicolo per accertare le responsabilità legate alla manutenzione – o all’assenza di essa – di quella pianta, la cui precarietà, a sentire chi abita nei palazzi che si affacciano sul canale, sarebbe stata segnalata più volte alle autorità senza che si intervenisse.

L’allarme dei residenti e la dinamica del crollo

Non c’era vento, né pioggia, né alcuna condizione meteorologica avversa che potesse giustificare lo schianto di un albero di quelle dimensioni: e proprio questo, spiegano i testimoni, rende l’accaduto ancora più assurdo e, per certi versi, prevedibile. Secondo le prime ricostruzioni, il pioppo si è spezzato alla base – verosimilmente a causa delle radici compromesse – precipitando sulla riva dove i due pescatori si trovavano legittimamente, trattandosi di un tratto di fiume dove l’attività è espressamente autorizzata. La dinamica, al vaglio della polizia e degli inquirenti, non lascia spazio a dubbi sulla causa del decesso, ma apre un fronte giudiziario delicato: chi doveva vigilare sullo stato di salute di quegli alberi? Il sindaco di Treviso, Mario Conte, presente sul luogo della tragedia, ha confermato che le segnalazioni erano arrivate persino al Genio Civile, pur chiedendo in questa fase di evitare polemiche e di rispettare il dolore della famiglia.

Il punto, tuttavia, è che la manutenzione degli argini, del ponte e della vegetazione in quella zona di prima periferia – densamente popolata – viene descritta dai residenti come del tutto inadeguata. C’è chi racconta di aver più volte messo in guardia sul rischio di cedimenti, e chi ora si chiede se la morte di Pietro Monici poteva essere evitata se solo ci fosse stata una maggiore attenzione alla sicurezza idrogeologica e al decoro del verde pubblico. È un tema, quello della manutenzione del territorio, che torna ciclicamente alla ribalta della cronaca, e che stavolta si tinge di nero: non un’alluvione o una frana, ma un albero che cade in città, in un pomeriggio di sole, schiacciando un uomo che stava semplicemente godendosi un’ora di svago.

Il profilo della vittima: un “gigante buono” in attesa di una svolta

Pietro Monici, 39 anni (classe 1987, avrebbe compiuto gli anni il prossimo 27 giugno), era un uomo dal fisico imponente ma dall’animo generoso, tanto che gli amici e i colleghi lo avevano soprannominato il “gigante buono”. La sua vita era un equilibrio costante tra la professione di saldatore, la passione per lo sport (dal rugby all’arrampicata, dalla mountain bike alla pesca “no kill”) e la vocazione per il soccorso. Iscritto all’albo dei vigili del fuoco discontinui dal 2011, dal 2015 prestava servizio presso il Comando di Treviso, operando sia nella sede centrale di via Santa Barbara sia nei distaccamenti di Motta di Livenza e Conegliano. Era reduce da numerosi richiami operativi, e proprio in questi giorni stava attendendo la graduatoria per la stabilizzazione definitiva: a breve avrebbe dovuto frequentare il corso di formazione per allievi vigili del fuoco presso le Scuole Centrali Antincendi di Roma.

Una svolta professionale attesa e inseguita per anni, insomma, che si infrange contro la casualità assurda di un incidente che il comandante provinciale e la direzione interregionale hanno commentato con un cordoglio profondo, ricordandolo come “un ragazzo solare, generoso e grande appassionato di sport”. Il destino, beffardo e crudele, ha voluto che a doverlo estrarre da sotto quel tronco fossero proprio i suoi futuri colleghi, quelli con cui avrebbe condiviso il fuoco e le emergenze. La salma è stata composta mentre l’amico superstite, ricoverato in ospedale per gli accertamenti del caso, rimaneva in una condizione di shock che gli ha impedito persino di parlare con gli investigatori nelle prime ore successive alla tragedia.

Le indagini giudiziarie e la questione della manutenzione

La procura di Treviso ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, un atto dovuto che in questi casi serve ad avviare gli accertamenti tecnici per capire se la morte di Monici sia ascrivibile a una negligenza o a un errore umano nella gestione del verde pubblico. Nei prossimi giorni verrà disposta l’autopsia sul della vittima, mentre gli inquirenti procederanno a raccogliere la documentazione relativa allo stato della pianta e a sentire i residenti che avevano segnalato il pericolo. L’obiettivo è chiarire se qualcuno avesse l’obbligo giuridico di intervenire e se, pur essendo a conoscenza del rischio, abbia omesso di farlo. È una partita delicata, quella della responsabilità civile, che spesso si arena nella frammentazione delle competenze: in questo caso, la proprietà dell’area golenale potrebbe essere contesa tra Comune e Genio Civile, un cortocircuito burocratico che finisce per tradursi in una pericolosa zona grigia.

I residenti non hanno dubbi: “Le radici di questi alberi sono marce, lo abbiamo segnalato più volte, ma nessuno ha fatto niente”, hanno ripetuto ieri sera, indicando le altre piante ancora in piedi lungo il canale. E mentre la città si stringe nel dolore per un uomo che ha dedicato la sua vita a salvare gli altri – e che proprio per questo, forse, meritava maggiore attenzione dallo Stato – le indagini dovranno stabilire se dietro a quella “mancata manutenzione” ci sia solo trascuratezza o qualcosa di più grave. Quel che è certo, per ora, è che Pietro si trovava legittimamente a bordo fiume, e che un albero non dovrebbe uccidere in pieno centro abitato, in un pomeriggio senza vento.

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