Nucleare, l’accordo tra Trump e l’Arabia Saudita che riscrive gli equilibri del Medio Oriente
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato il via libera a un accordo di cooperazione nucleare civile con l'Arabia Saudita, un'intesa dalla portata storica che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente. L'annuncio, arrivato mercoledì scorso dal Dipartimento dell'Energia americano, sancisce la firma del cosiddetto "accordo 123" – dalla sezione dell'Atomic Energy Act che lo disciplina – tra il segretario all'Energia Chris Wright e il ministro saudita dell'Energia Abdulaziz bin Salman.
Un'intesa trentennale, dal valore di decine di miliardi di dollari, che getta le basi per una partnership strategica destinata a durare decenni e che affida alle imprese statunitensi un ruolo centrale nello sviluppo dell'infrastruttura nucleare del Regno, estromettendo di fatto i concorrenti internazionali come la russa Rosatom o la cinese Cnnc, che pure avevano manifestato interesse nei mesi scorsi.
Arricchimento dell'uranio e il nodo del Protocollo Aggiuntivo
Il punto più delicato e discusso dell'intesa riguarda l'arricchimento dell'uranio. Mentre Trump ha dichiarato su Truth Social che l'accordo non contempla tale possibilità e che l'intesa stessa è subordinata all'adesione saudita agli Accordi di Abramo, le ricostruzioni della stampa americana dipingono un quadro più sfumato. Secondo il Wall Street Journal, il testo dell'accordo prevede uno studio congiunto biennale per valutare se l'arricchimento sul territorio saudita sia commercialmente giustificabile rispetto all'importazione di combustibile.
In caso di esito positivo, l'impianto verrebbe realizzato da aziende americane in regime di "black box", con Riad chiamata a gestirlo senza avere accesso alla tecnologia sensibile. A preoccupare gli esperti di non proliferazione è tuttavia un altro elemento: l'accordo non include il Protocollo Aggiuntivo dell'Aiea, lo strumento che consente all'agenzia internazionale per l'energia atomica di effettuare ispezioni a sorpresa anche in siti non dichiarati.
Al suo posto, i due governi hanno negoziato uno strumento di garanzia bilaterale "su misura" che si limita ai soli impianti coinvolti nella cooperazione diretta con gli Stati Uniti, un regime di controlli notevolmente più circoscritto rispetto al quadro prescrittivo imposto all'Iran con il Jcpoa del 2015.
Le reazioni e il paradosso della guerra con l'Iran
L'accordo arriva mentre gli Stati Uniti e Israele sono impegnati in un conflitto aperto contro l'Iran, formalmente intrapreso per smantellare il programma atomico di Teheran. Un paradosso che non è sfuggito ai critici dell'intesa: il senatore democratico Edward Markey ha sottolineato come l'amministrazione stia concedendo a una nazione "bellicosa e autoritaria" la tecnologia per potenzialmente costruire bombe atomiche, proprio mentre combatte una guerra per impedire all'Iran di fare altrettanto.
Dal canto suo, Israele, che aveva espresso preoccupazione per una possibile corsa agli armamenti nella regione, ha accolto con favore la condizione posta da Trump, definendo attraverso l'ufficio del premier Netanyahu l'adesione saudita agli Accordi di Abramo come un "salto storico per la pace". Riad, tuttavia, non ha ancora replicato ufficialmente, e la sua posizione consolidata resta quella di non procedere alla normalizzazione con Israele senza un percorso credibile verso la statualità palestinese.
Il precedente e il rischio di un effetto domino
L'intesa con Riad segna un netto scostamento dal cosiddetto "gold standard" applicato agli Emirati Arabi Uniti nel 2009, quando Abu Dhabi rinunciò formalmente ad arricchire l'uranio pur ottenendo un accordo di cooperazione per la costruzione della centrale di Barakah. La possibilità che l'Arabia Saudita, principale potenza araba e rivale regionale dell'Iran, possa sviluppare una capacità di arricchimento, apre scenari inediti per l'intero sistema di non proliferazione.
La scelta di subordinare la cooperazione a un regime di garanzie bilaterali limitato alle sole attività dichiarate, come osservano gli analisti dell'Istituto Affari Internazionali, rischia di creare un pericoloso precedente. Corea del Sud, Turchia ed Egitto potrebbero avanzare richieste simili, innescando una reazione a catena che metterebbe in discussione i pilastri stessi del regime di non proliferazione costruito dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra.
Mentre il Congresso americano avrà novanta giorni per esaminare l'intesa e potenzialmente bloccarla con una maggioranza qualificata dei due terzi, il vero snodo politico sarà rappresentato dal voto del Consiglio dei governatori dell'Aiea sull'accordo bilaterale sulle garanzie di sicurezza, che modificando le modalità di verifica richiede la previa approvazione formale dei 35 Stati membri.
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