Spionaggio russo, vent’anni a Biot: la Cassazione chiude (dopo sei processi) la vicenda dell’ufficiale che vendeva segreti Nato
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Redazione Interno
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La suola delle scarpe che affonda nell’asfalto di un parcheggio, alla periferia di Roma, raccontava già molto: il trenta marzo del duemilaventuno, i carabinieri del Ros intercettano Walter Biot, capitano di fregata, mentre consegna a un funzionario dell’ambasciata russa documenti che avrebbero dovuto restare – per legge e per giuramento – sigillati nell’ombra della sicurezza nazionale. Da quel momento, e per i sei gradi di giudizio che ne sono seguiti, la parabola giudiziaria dell’ex ufficiale di Marina si è trasformata in un labirinto di competizioni parallele: prima la giustizia militare, che aveva comminato ventinove anni e due mesi di reclusione; poi quella ordinaria, che adesso – con il verdetto della prima sezione penale di Cassazione – stabilisce una cifra definitiva, vent’anni di carcere, per tre reati pesanti come macigni. Spionaggio, rivelazione di notizie coperte da segreto di Stato e corruzione: è questo il trittico di accuse che la Suprema Corte ha scolpito nella sentenza, rigettando il ricorso presentato dai difensori e accogliendo invece le richieste della Procura Generale.
Un tradimento da cinquemila euro e le crepe della gestione familiare
Biot, detenuto a Velletri secondo quanto accertato nel corso delle indagini, non avrebbe agito per chissà quale disegno eversivo o per una conversione ideologica; a tradire il suo paese, e i segreti della Nato che pure conosceva grazie al suo ruolo, sarebbe stata una ragione tanto prosaica quanto spietata: le difficoltà economiche legate alla gestione della propria famiglia. Il militare – e questo particolare emerge con nettezza dagli atti processuali e da alcune testimonianze raccolte – percepì soltanto cinquemila euro per quella che i giudici hanno definito una cessione sistematica di dossier riservati. Una somma irrisoria, se rapportata al danno potenziale inferto all’apparato di intelligence nazionale, eppure sufficiente per ricostruire il movente di una caduta che non conosce attenuanti.
Il doppio binario della giustizia e l’ultima parola della Cassazione
La vicenda, che ha attraversato sei processi prima di trovare un epilogo, ha messo per lungo tempo in tensione due sistemi giudicanti: quello militare, più severo nella prima condanna a ventinove anni, e quello ordinario, che ha progressivamente limato la pena fino ai vent’anni definitivi. La Cassazione, con la sentenza depositata nelle scorse settimane, ha eliminato ogni residua ambiguità, dichiarando inammissibili le eccezioni sollevate dalla difesa e allineandosi senza sconti alla linea accusatoria. Per Biot, che pure aveva cercato di far valere la collaborazione processuale e la natura episodica dei singoli passaggi di informazioni, non c’è stata altra via: la legge sulla sicurezza nazionale, in casi come questo, non ammette zone grigie.
L’arresto nel parcheggio e la fine della carriera in divisa
Quel pomeriggio di fine marzo, nei pressi di un centro commerciale della periferia capitolina, i carabinieri del Ros bloccarono Biot mentre il carteggio segreto – si parlò di documenti relativi a esercitazioni Nato e a disposizioni della flotta – passava di mano. L’ex ufficiale di Marina non oppose resistenza, e da quel momento la sua divisa è diventata prima quella del detenuto militare e poi quella del recluso comune. Il tribunale militare, nel duemilaventiquattro, aveva già emesso una condanna pesante, ma la necessità di unificare il quadro giudiziario sotto un unico tetto – quello della giurisdizione ordinaria – ha richiesto tempo, ricorsi, e l’intervento della Suprema corte. Ora, con il verdetto definitivo, resta solo il conto da pagare: vent’anni senza la sospensione della pena, e un’intera esistenza bruciata in un parcheggio, per cinquemila euro e per quelle difficoltà familiari che nessun giudice, in fondo, può trasformare in giustificazione.




