Alphabet torna sul mercato con un'obbligazione da 31,5 miliardi e un bond centenario per finanziare la corsa all'IA
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Redazione Economia
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Il colosso di Mountain View, Alphabet, ha piazzato in queste ore una maxi-emissione obbligazionaria multivaluta da 31,51 miliardi di dollari, un'operazione che segna un momento cruciale per la raccolta di capitale destinato alla corsa all'intelligenza artificiale -1. La società che controlla Google ha strutturato l'offerta su più fronti, attingendo al mercato in dollari, sterline e franchi svizzeri, con l'obiettivo di finanziare quel piano di spese in conto capitale che per il 2026 è stato quantificato in una cifra compresa tra i 175 e i 185 miliardi di dollari, sostanzialmente il doppio rispetto all'anno precedente -5-6.
Ciò che ha catalizzato l'attenzione degli operatori finanziari, e non solo, è stata l'inclusione nel pacchetto di un bond a 100 anni denominato in sterline, uno strumento talmente raro da essere soprannominato "obbligazione Matusalemme" -4. L'ultima volta che un'azienda tecnologica si era avventurata su scadenze così estreme fu Motorola nel 1997, in piena bolla delle dot-com, il che rende l'operazione di Alphabet un unicum nel panorama attuale -2-5. La risposta del mercato è stata immediata e massiccia: la tranche centenaria da un miliardo di sterline ha raccolto domande per quasi dieci volte l'offerta, un segnale potente dell'appetito degli investitori per il debito dei cosiddetti hyperscaler, quelle infrastrutture digitali che stanno diventando la spina dorsale dell'economia dell'IA -3-7.
Un'emissione senza garanzie che testimonia una fiducia incondizionata
Oltre alla durata fuori scala, l'aspetto tecnicamente più rilevante e discusso dell'operazione riguarda l'assenza, nei contratti obbligazionari, di quelle clausole di protezione, i covenant, che solitamente tutelano chi acquista il debito. Le obbligazioni emesse da Alphabet, come del resto già successo per quelle di Oracle e Meta nei mesi scorsi, mancano di garanzie basilari quali la clausola di change-in-control, che protegge l'investitore in caso di acquisizione o cambiamento nella proprietà dell'emittente -1-10.
Questa scelta, che potrebbe sembrare azzardata, rivela in realtà quanto sia profonda la fiducia che il mercato ripone nel profilo di credito di Alphabet. Gli investitori istituzionali, in primis fondi pensione e compagnie assicurative britanniche alla ricerca di attività a lunghissimo termine per coprire le proprie passività, hanno dimostrato di non considerare rilevante il rischio che la società possa venir meno ai propri impegni nei prossimi cento anni -7. Si tratta di una scommessa sulla capacità di Google di rimanere rilevante e generare cassa per un periodo di tempo così ampio da attraversare diverse ere tecnologiche, un azzardo che pochi emittenti al mondo possono permettersi di compiere.
La strategia multivaluta per evitare la saturazione del mercato
La scelta di diversificare valute e mercati non è casuale ma risponde a una logica finanziaria precisa. L'emissione in dollari, dal valore di circa 20 miliardi, aveva già attirato ordini per oltre 100 miliardi, spingendo Alphabet ad aumentare l'ammontare complessivo dell'offerta rispetto ai 15 miliardi inizialmente previsti -8. Parallelamente, il debutto sul mercato obbligazionario svizzero ha permesso di raccogliere ulteriori risorse per circa 3 miliardi di franchi, mentre il già citato bond in sterline ha aperto le porte agli investitori del Regno Unito, storicamente affamati di titoli a lunghissima scadenza -5.
Questa strategia consente ad Alphabet di non saturare un singolo mercato, evitando così di dover pagare rendimenti eccessivi che andrebbero a intaccare la convenienza economica dell'operazione. I rendimenti offerti, che per il bond centenario si attestano intorno al 6,125%, sono stati giudicati interessanti da chi cerca flussi cedolari garantiti per decenni, soprattutto in un contesto di tassi di interesse che, pur non essendo più ai minimi storici, rendono ancora appetibile il lockdown di un rendimento positivo per un arco temporale così ampio -5-7.
La nuova frontiera del debito per l'infrastruttura tecnologica
L'operazione di Alphabet non rappresenta un caso isolato ma piuttosto l'emblema di una tendenza di mercato ben più ampia. I cinque principali hyperscaler americani (Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Oracle) hanno già emesso l'anno scorso 121 miliardi di dollari in obbligazioni societarie, e le stime per il 2026 parlano di un possibile superamento dei 300 miliardi complessivi -1-10. Solo Oracle, poche settimane fa, aveva raccolto 25 miliardi con un'emissione che aveva visto una domanda superare i 129 miliardi -9.
La mole di capitale necessaria per costruire data center, acquisire chip specializzati e sviluppare modelli di intelligenza artificiale è tale che neppure i bilanci stratosferici delle big tech sono sufficienti. Ci si trova di fronte a un cambiamento di paradigma: aziende che per anni avevano accumulato liquidità e operato con modelli di business leggeri si stanno trasformando in gestori di infrastrutture pesanti, con un fabbisogno di capitale fisso che richiede il ricorso massiccio al mercato del debito -6. Il fatto che Alphabet disponga ancora di oltre 125 miliardi di liquidità in cassa ma scelga comunque di indebitarsi a cosi lunga scadenza indica una precisa volontà di ottimizzare la struttura finanziaria, approfittando di condizioni di mercato favorevoli per blindare oggi le risorse che serviranno domani -8.




