Il film su Battiato vince la serata e qualcuno ci vede un messaggio, tra i pendii dell'Etna e la Milano da bere
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Il lungo viaggio di Franco Battiato, quello raccontato da Renato De Maria nel film tv con Dario Aita, è partito ieri sera dai dati Auditel e si è attestato saldamente in vetta alla classifica degli ascolti, forte di un 18,8% di share e di 2.961.000 telespettatori, numeri che certificano il successo di un’operazione che la critica, nelle settimane precedenti, aveva giudicato in modo quantomai difforme. La pellicola, coprodotta da Rai Fiction e Casta Diva Pictures, ha incollato davanti allo schermo di Rai 1 un pubblico evidentemente affezionato alla figura del cantautore catanese, la cui vita – e lo si vede bene nel racconto per immagini – si dipana continua, fatta di contrappunti continui tra la静态ità dei pendii innevati dell’Etna, che poi è la sua terra, e la dinamicità talvolta frenetica della Milano degli anni Settanta, quella che lui frequentò nei periodi di sperimentazione e che contribuì non poco a formarne il gusto e la sensibilità artistica.
Subito dopo, a inseguire, ci si è messo Chi Vuol Essere Milionario - Il Torneo su Canale 5, che ha racimolato 1.781.000 spettatori e un 14,3% di share, mentre Le Iene su Italia 1 si sono fermate a 1.237.000, precedute dal 9,6%. Un dato, quello della fiction sul maestro scomparso, che assume contorni quasi simbolici se lo si incrocia con la riflessione che ne ha fatto, a caldo, qualche osservatore: il fatto che il film sia andato in onda subito dopo l’attacco all’Iran, e che Battiato sia stato un uomo che ha speso l’intera esistenza in costante dialogo con le culture del mondo, non è parso a tutti un elemento casuale, bensì una circostanza carica di significati, una sorta di contrappunto poetico alla durezza della cronaca internazionale.
Dalla Sicilia al successo pop, passando per la sperimentazione
La pellicola di De Maria, sceneggiata da Monica Rametta, non ha la pretesa di essere un documentario esaustivo – come del resto molti hanno notato – ma segue il giovane Battiato dal suo nativo Jonio fino all’approdo nel capoluogo lombardo, attraversando i frangenti cruciali di un percorso che fu, sì, artistico ma anche e soprattutto spirituale, per poi tornare, da uomo maturo, all’amata terra d’origine. Dario Aita, già visto in *Parthenope* e *Un professore*, nei panni del cantautore non si limita a una imitazione esteriore; gli restituisce invece una postura, uno sguardo e quei celebri silenzi che hanno sempre fatto pensare a un uomo altrove, concentrato com’era su una ricerca interiore che la messa in scena prova a rendere attraverso le continue alternanze tra il vulcano e la metropoli.
Qualche voce critica, per la verità, si è levata persino tra gli amici più stretti del musicista. Filippo Destrieri, storico tastierista di Battiato, pur senza aver visto il film, ha manifestato più di una perplessità sull’operazione, rea a suo dire di ridurre a una sorta di “santino” una personalità che lui definisce paragonabile a una “matrioska”: più vai a fondo e più scopri cose nuove, e in qualche ora di tv diventa impresa impossibile raccontarlo per intero. E sulla scelta di Aita, per quanto ne riconosca il talento, qualcuno ha obiettato che l’inflessione catanese non è proprio quella, e che forse un attore di caratura internazionale come Adrien Brody, con quello sguardo distaccato e bruciante insieme, avrebbe reso meglio l’idea.
Il rapporto con la madre e gli incontri decisivi
Nel corso delle due ore di durata, e qui sta uno dei punti di forza della regia, emergono con chiarezza i legami profondi che hanno segnato l’evoluzione umana del cantautore. Su tutti, quello con la madre Grazia, interpretata da una intensa Simona Malato, figura silenziosa eppure cardine inamovibile di una vita che altrimenti sarebbe stata forse troppo volatile per trovare un centro di gravità permanente. E poi gli incontri, quelli veri: con Giuni Russo, con Juri Camisasca, e naturalmente con Giusto Pio, amico e coautore di alcuni dei brani più iconici del repertorio battiatesco, senza i quali la musica che conosciamo non sarebbe mai stata la stessa.
La fotografia di Sara Purgatori, giocata su colori saturi e suggestioni quasi oniriche, regala al racconto una patina che oscilla tra il ricordo e il sogno, rendendo palpabile quella tensione verso l’infinito che il maestro inseguì per tutta la vita. E se qualcuno ha rimproverato al film di aver lasciato in secondo piano proprio la ricerca spirituale, preferendo invece concentrarsi sugli aspetti più privati e familiari, va detto che la scelta di procedere per tappe – l’infanzia, gli esordi, la fase sperimentale, il successo planetario di La voce del padrone, il ritorno in Sicilia – appare funzionale a un prodotto che deve necessariamente fare i conti con i tempi stretti della messa in onda televisiva.
I numeri della domenica sera e il confronto con l’access prime time
Nella fascia che precede la prima serata, quella cosiddetta dell’access prime time, a farla da padrone è stata *La Ruota della Fortuna* su Canale 5 con 4.923.000 spettatori e un 24,4%, staccando *Dietrofestival* su Rai 1 fermo a 4.452.000. Ma il vero banco di prova era il prime time, e lì il film ha retto, dimostrando che la figura di Battiato, a quasi cinque anni dalla scomparsa, continua a esercitare un fascino trasversale, capace di unire generazioni diverse, dai boomer che ne hanno seguito le sperimentazioni ai più giovani incuriositi da un personaggio così eccentrico e, diciamolo pure, inclassificabile.
Qualcuno, nelle pieghe del web, ha azzardato un parallelismo tra la programmazione del film e l’attualità politica, sottolineando come Battiato sia stato celebrato tanto dalla politica di destra quanto da quella di sinistra, che spesso ne ha canticchiato le canzoni a memoria senza però volerne cogliere il senso più profondo, quello di un uomo che dialogava con l’Oriente mentre viveva a Milano, e che dell’ascolto – inteso come apertura all’altro – aveva fatto una ragione di vita. Un ascolto che in fondo è un atto di umiltà e di altruismo, perché significa accogliere le riflessioni altrui per conservarle nella nostra memoria, e che forse, in questi tempi di rumore assordante, ci serve più che mai.




