Il lungo viaggio nella vita di Franco Battiato, tra sperimentazione e ricerca interiore

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Raccontare Franco Battiato, si sa, è impresa che sfida le categorie: come si fa a catturare l’essenza di un artista che ha attraversato generi e linguaggi, dal pop all’elettronica, dalla canzone d’autore alla musica colta, senza mai ripetersi e senza mai tradire quella tensione spirituale che ha contraddistinto tutta la sua opera? Il film diretto da Renato De Maria, Franco Battiato. Il lungo viaggio, andato in onda domenica sera su Rai 1 e visibile anche su RaiPlay, prova a farlo evitando la scorciatoia più comune del biopic contemporaneo, quella del racconto lineare costruito per accumulo di episodi e successi, e scegliendo invece la via dell’intimità e della misura per restituire il percorso umano e artistico del maestro siciliano.

La narrazione, firmata da Monica Rametta, segue il giovane Battiato dagli anni dell’infanzia in Sicilia, tra il sole, il mare e quell’Etna che fa da sfondo a un rapporto simbiotico con la madre Grazia, interpretata da Simona Malato con intensa vulnerabilità, fino all’approdo a Milano nei primi anni Settanta, crocevia decisivo per la sua formazione. Ed è proprio nella metropoli lombarda che il film trova la sua parte più vibrante, mostrando un Battiato che sperimenta il futuro muovendosi sul confine dell’avanguardia, producendo musica inaccessibile e bellissima al tempo stesso, mentre entra in contatto con una scena culturale brulicante che ne plasmerà lo spirito creativo.

L’evoluzione artistica del cantautore viene raccontata anche attraverso gli incontri che ne hanno segnato il cammino: dall’amicizia profonda e fondata su una rara affinità intellettuale con la scrittrice Fleur Jaeggy, interpretata da Elena Radonicich, al sodalizio creativo con Giusto Pio, che veste i panni di Giulio Forges Davanzati, destinato a incidere su molte delle sue composizioni più celebri, senza dimenticare il rapporto con Giuni Russo, a cui Nicole Petrelli regala un bel momento quando scopre che Per Elisa, promessa a lei, era invece finita ad Alice. Il film, che ha ricevuto il beneplacito della fondazione Franco Battiato e della famiglia dell’artista scomparso nel 2021, non trascura neppure la dimensione più propriamente spirituale della ricerca di Battiato, quella che lo portò ad avvicinarsi alla filosofia di Gurdjieff e a intraprendere un percorso interiore sempre più radicale, fino al ritorno nella sua amata terra d’origine.

La sfida interpretativa di Dario Aita e il ritratto di un uomo inafferrabile

Il cuore pulsante del film risiede senza dubbio nell’interpretazione di Dario Aita, attore palermitano 39enne che negli ultimi anni si è imposto come uno dei volti più interessanti del cinema e della serialità italiana grazie a ruoli in Parthenope di Paolo Sorrentino e La legge di Lidia Poët. Aita affronta la figura tanto iconica di Battiato senza mai scivolare nell’imitazione macchiettistica alla Tale e Quale Show, riuscendo invece a delinearne il carattere attraverso dettagli sottili: la postura leggermente defilata, lo sguardo inquieto e insieme concentrato, il passo misurato di chi sembra sempre muoversi in anticipo rispetto al tempo che lo circonda.

L’attore ha spiegato di aver affrontato il ruolo con grande umiltà, come un processo di accoglienza piuttosto che di imitazione, lasciando le porte aperte per accogliere un’energia e passando mesi ad ascoltare esclusivamente la voce di Battiato per comprenderne la timbrica unica. La preparazione è stata profondamente immersiva, tanto che Aita ha frequentato la famiglia del cantautore a Milo, sull’Etna, dove hanno girato alcune scene mentre i parenti del maestro erano nella casa accanto: un’esperienza che ha contribuito a rendere autentica la sua performance, e che gli ha permesso di cantare con la propria voce alcuni dei brani più celebri del repertorio, da Fetus a La cura passando per Bandiera bianca e Centro di gravità permanente.

La costruzione di un racconto tra rigore storico e suggestioni visive

Renato De Maria, che già nel 2009 aveva diretto Aita nel film La prima linea, costruisce una narrazione che evita la mitizzazione fine a se stessa, concentrandosi invece sulla traiettoria interiore di un artista che, anche nel momento della consacrazione con l’album La voce del padrone, non smette di interrogarsi e di mettere in discussione il senso stesso del successo. La regia gioca con la psichedelia e i colori acidi, specialmente nella parte dedicata alla sperimentazione elettronica, mentre la sceneggiatura di Rametta – che ha già firmato biopic su Mia Martini e Nada – fa un’operazione di servizio pubblico focalizzandosi sull’evoluzione artistica senza banalizzare la complessità del personaggio.

Particolarmente curata la ricostruzione d’epoca, che restituisce senza stucchevolezza gli ambienti e i costumi di quegli anni, e il montaggio di Marco Spoletini, che fa dialogare i piani temporali in modo efficace, tessendo corrispondenze tra il privato e l’opera che culminano nel finale. Il film si ferma alla metà degli anni Novanta, in concomitanza con la pubblicazione de La cura e la scomparsa della madre, evitando di mostrare gli ultimi anni di vita di Battiato e scegliendo invece di concentrare lo sguardo sul periodo in cui prese forma la sua ricerca spirituale e artistica, quello che forse più di ogni altro ha contribuito a fare di lui un autore in perenne movimento, sospeso tra scavo interiore, rigore formale e desiderio di trascendenza.

Il cast di contorno e la partecipazione di Joan Thiele

Ad arricchire il film, le interpretazioni dei comprimari che danno volto alle figure chiave della vita di Battiato: oltre ai già citati Elena Radonicich, Simona Malato e Giulio Forges Davanzati, troviamo Ermes Frattini nei panni di Juri Camisasca, altro incontro fondamentale nel percorso spirituale del cantautore, e Anna Castiglia, oltre alla partecipazione straordinaria di Joan Thiele. La produzione, curata da Rai Fiction e Casta Diva Pictures e distribuita da Nexo Studios, ha potuto contare anche sulle musiche originali di Vittorio Cosma con Giuvazza Maggiore, che contribuiscono a tessere la trama sonora di un racconto pensato per la prima serata della televisione generalista ma che non rinuncia alla complessità.

Nonostante qualche perplessità espressa da chi ha frequentato Battiato da vicino, come il tastierista Filippo Destrieri che in un’intervista ha lamentato una certa riduzione a “santino” dell’artista e qualche imprecisione dialettale, il film nel complesso riesce a restituire l’immagine di un uomo schivo ma ironico, rigoroso e insieme capace di leggerezza, sempre guidato da una curiosità instancabile verso il mistero dell’esistenza. E se l’operazione, come ha detto l’amica Maurizia Giusti in arte Syusy Blady, non era priva di rischi, considerando che forse è passato ancora troppo poco tempo per trasformare Battiato in un’immagine da dare in pasto al grande schermo, il lavoro di De Maria e Aita ha quantomeno il merito di avvicinare nuove generazioni alla figura di un compositore che ha saputo parlare magicamente all’anima di ognuno, facendo della sua arte un viaggio continuo verso un altrove.

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