Il biopic su Franco Battiato vince la serata e regala una pausa di riflessione dopo i bagliori del festival
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il giorno successivo alla chiusura del Festival di Sanremo, e ci riferiamo alla domenica sera del primo marzo, il pubblico televisivo sembra aver cercato un approdo不同 rispetto ai lustrini e alle classifiche di piazza. Il film Franco Battiato – Il lungo viaggio, diretto da Renato De Maria e scritto da Monica Rametta, ha conquistato la prima serata di Rai 1 con il 18,8% di share, raccogliendo davanti allo schermo 2.961.000 telespettatori. Un dato, questo, che supera la diretta concorrenza di Chi vuol essere milionario? – Il Torneo su Canale 5, fermo a 1.781.000 spettatori, e che testimonia, forse, un bisogno diffuso di narrazioni più intime e complesse.
La pellicola, che aveva già avuto un passaggio nelle sale cinematografiche nei primi giorni di febbraio, rappresenta un’operazione delicata: portare sul piccolo schermo la parabola esistenziale di un intellettuale schivo come Battiato, un artista la cui ricerca ha attraversato la musica colta, la sperimentazione elettronica e la canzone d’autore, senza mai farsi imbrigliare dalle definizioni. L’operazione, a giudicare dalla resa, riesce grazie a una regia che evita la spettacolarizzazione banale, scegliendo invece la via della sottrazione e del dettaglio.
Un racconto per suggestioni, lontano dalla banalità del biografico
De Maria e la sua sceneggiatrice evitano la trappola del didascalismo. Non c’è, nel lungo viaggio, la pretesa di racchiudere in due ore una vita intera, ma piuttosto quella di offrire allo spettatore delle chiavi d’accesso, delle “finestre” sulla personalità del maestro di Milo. La narrazione procede per frammenti, accostando immagini d’archivio a sequenze di fiction che ricostruiscono i luoghi reali dell’esistenza di Battiato, da Catania a Milano, passando per i paesaggi dell’Etna. Le scene dedicate all’infanzia, il rapporto viscerale con la madre Grazia (Simona Malato), l’inquietudine intellettuale che lo portò ad allontanarsi dalla Sicilia, sono rese con una sobrietà che lascia spazio alle emozioni, piuttosto che imporle.
Un ruolo centrale, in questo affresco, lo giocano le figure che hanno incrociato il cammino di Battiato. Il film restituisce la profondità del legame con la scrittrice Fleur Jaeggy (Elena Radonicich), l’importanza dell’incontro con Juri Camisasca (Ermes Frattini) e il fondamentale sodalizio artistico con Giusto Pio (Giulio Forges Davanzati), senza dimenticare il rapporto con Giuni Russo (Nicole Petrelli). Questi non sono comprimari, ma tasselli essenziali di quel percorso di crescita spirituale e musicale che ha contraddistinto l’artista, il quale, anche una volta raggiunto il successo planetario con La voce del padrone, non smise mai di interrogarsi sul senso della propria esistenza.
L’interpretazione di Dario Aita, un artista in punta di piedi
Il vero fulcro attorno a cui ruota la riuscita del film è, innegabilmente, la prova di Dario Aita. L’attore, già noto al pubblico televisivo, si trova a misurarsi con un personaggio iconico e, come spesso accade in questi casi, il rischio di scadere nella mera imitazione è altissimo. Aita, invece, compie un lavoro interpretativo sottile, fatto di sguardi, posture e di una gestualità misurata. Non cerca la somiglianza fisica perfetta – sebbene ci sia – ma restituisce l’essenza di un uomo che viveva in un costante stato di ricerca, dando ai silenzi e alle tensioni interiori che hanno alimentato la sua musica.
Lo si vede, questo suo Battiato, muoversi con naturalezza tra le strade di Milano e i ricordi dell’infanzia, cantando con la propria voce alcuni brani senza mai cadere nella trappola della cover, ma facendoli propri, come se fossero parte del suo stesso respiro. Una scelta coraggiosa, questa della performance canora affidata all’attore, che contribuisce a rendere il personaggio meno statuario e più umano, più accessibile nella sua complessità. Del resto, come emerge da più parti, l’obiettivo della pellicola non era la beatificazione, ma la comprensione, o almeno il tentativo di avvicinarsi a un universo culturale tanto affascinante quanto sfuggente.
La domenica sera televisiva tra calcio, attualità e varietà
Mentre Rai 1 puntava su questa operazione culturale, il resto del panorama televisivo offriva un ventaglio di proposte variegato, confermando la complessità del palinsesto domenicale. Sul Nove, Che tempo che fa con Fabio Fazio ha ottenuto 1.610.000 spettatori (9%), affrontando tra i vari temi la situazione in Iran e accogliendo l’ospite Demi Moore. Italia 1, con Le Iene, ha raccolto 1.237.000 spettatori (9,6%), mentre su Rai 3 Presadiretta si è attestata a 842.000 spettatori (4,7%). Nel pomeriggio, a catalizzare l’attenzione degli sportivi, c’era anche il big match di Serie A tra Roma e Juventus, trasmesso da Dazn, che ha regalato spettacolo con un pirotecnico tre a tre, a dimostrazione di come il pubblico avesse davvero l’imbarazzo della scelta tra sport, approfondimento e fiction.




