Vi parlo dall’inferno di Teheran, il video del giornalista nel cuore dell’incendio alla raffineria
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il cielo di Teheran, nelle ultime ore, si è tinto di un nero denso e minaccioso, un colore che non si dissolve facilmente e che, anzi, si è levato a colonna imponente da quattro serbatoi di stoccaggio e da un terminale di trasferimento del petrolio situati nella zona nord-occidentale della capitale, quelli che sono stati il bersaglio degli attacchi condotti nella notte. Un giornalista della televisione iraniana, con il fuoco alle spalle e il fumo che offuscava la visuale, ha aperto il suo collegamento con una frase destinata a fare il giro del mondo, "Vi parlo dall'inferno", e a testimoniare la violenza inaudita di una rappresaglia che ha visto, come riferito dall'agenzia di stampa Fars, coinvolti una trentina di depositi petroliferi non solo a Teheran ma anche nelle aree limitrofe di Kuhak e Shahran, oltre che nella vicina città di Karaj.
Non si è trattato, a quanto è dato sapere dalle ricostruzioni finora ufficiali, di un'azione limitata e circoscritta, bensì di una nuova, pesantissima fase del conflitto in cui gli Stati Uniti, con il presidente Trump che ha personalmente dato il via alle operazioni di combattimento maggiori, e Israele hanno concentrato la loro potenza di fuoco sulle infrastrutture energetiche nemiche, nel tentativo di tagliare le gambe al sistema di finanziamento del regime e alla sua capacità di raffinare e distribuire il carburante. Le immagini delle raffinerie in fiamme, con il loro carico di devastazione e di rischio ambientale, hanno immediatamente sollevato un altro spettro, quello della pioggia acida che potrebbe ricadere sulla metropoli e sulle aree circostanti a causa della combustione degli idrocarburi, un pericolo per la salute pubblica che si aggiunge a quello, già drammatico, delle vittime accertare in quattro persone, secondo quanto reso noto dalle autorità locali.
L’escalation degli attacchi incrociati e il bersagio energetico
Dallo scoppio delle ostilità, che alcuni analisti fanno risalire al 28 febbraio quando le prime avvisaglie del conflitto su larga scala si sono manifestate con i raid iniziati quella notte, i siti di produzione e stoccaggio di energia sono diventati il cuore pulsante delle strategie militari di entrambi gli schieramenti. Non è un caso, quindi, che le Guardie della Rivoluzione iraniane abbiano prontamente rivendicato di aver colpito una petroliera battente bandiera statunitense nelle acque del Golfo Persico settentrionale, quasi a voler stabilire una simmetria, un occhio per occhio, che però nel controraffico missilistico ha visto coinvolte anche altre navi civili e militari nello Stretto di Hormuz e al largo delle coste dell'Oman. La risposta di Israele e Stati Uniti non si è fatta attendere e, come confermato dalle stesse fonti iraniane, ha preso di mira con precisione quei trenta depositi di stoccaggio, cercando di inceppare il motore economico del paese e di mandare un segnale chiaro sulla vulnerabilità delle sue difese persino nel cuore della capitale.
Lo scenario di guerra e il timore di un intervento terrestre
Di fronte a un'escalation che raggiunge quotidianamente nuovi vertici di tensione, il pensiero di molti strateghi militari e osservatori geopolitici si è inevitabilmente spostato su quello che viene definito, senza mezzi termini, il “massimo incubo logistico” del ventunesimo secolo, ovvero la possibilità concreta di un'invasione via terra dell'Iran da parte delle truppe americane. Nonostante la schiacciante superiorità aerea e tecnologica a disposizione delle forze armate statunitensi, che con i loro cacciabombardieri e droni stanno martellando le postazioni nemiche, l'ipotesi di vedere migliaia di soldati impegnati in un'offensiva terrestre solleva interrogativi non da poco sulla sua effettiva fattibilità e sulle conseguenze disastrose che potrebbe comportare, considerata l'estensione geografica del paese e la conformazione impervia del suo territorio.
Il timore, diffuso peraltro non solo tra gli analisti ma anche tra gli stessi comandi militari, è che un'operazione del genere possa trasformarsi in un conflitto prolungato e logorante, simile a quello vissuto in Iraq, dove l'esercito americano si è trovato impantanato per anni in una guerriglia urbana sanguinosa e costosa. La complessità del teatro iraniano, la sua popolazione numerosa e la capacità del regime di mobilitare forze paramilitari rendono l'opzione di un attacco terrestre un azzardo calcolato che l'amministrazione Trump, almeno per il momento, sembra voler scongiurare, preferendo affidarsi alla potenza distruttiva dell'aviazione e a operazioni mirate delle forze speciali piuttosto che a una campagna di occupazione su vasta scala.




