Auto, i costruttori europei lanciano l'allarme: «Carenza di chip, rischiamo lo stop»
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Redazione Economia
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L’industria automobilistica europea, un pilastro economico da decenni, si trova a fronteggiare una minaccia immediata e potenzialmente paralizzante, la quale, se non disinnescata in tempi brevissimi, potrebbe portare a un arresto generalizzato della produzione. A lanciare un grido d’allarme, dai toni quanto mai accorati e preoccupati, è l’Acea, l’Associazione europea dei costruttori di automobili, che dipinge uno scenario ormai prossimo al collasso a causa della drammatica carenza di semiconduttori. Questi componenti, minuscoli ma assolutamente imprescindibili, sono diventati l’anima di qualsiasi veicolo moderno, e la loro assenza, come un flusso sanguigno interrotto, bloccherebbe il cuore pulsante delle fabbriche. La crisi, che covava da tempo, ha conosciuto un’improvvisa e pericolosa accelerazione in seguito alla decisione delle autorità cinesi di imporre un divieto di esportazione dei chip prodotti da Nexperia, una mossa, questa, che rappresenta la diretta conseguenza della nazionalizzazione della società decisa da un tribunale olandese.
Un blocco industriale in agguato
Le scorte di microchip, accumulate con fatica dopo le passate turbolenze della supply chain, si sono ormai ridotte a livelli critici, tanto che, secondo quanto riferito dall’associazione di categoria, alcuni costruttori potrebbero essere costretti a fermare le linee di assemblaggio nel giro di pochi giorni. Sigrid de Vries, direttore generale dell’Acea, ha sottolineato con urgenza come le forniture si stiano già interrompendo, un segnale chiaro e tangibile che l’incubo sta diventando realtà. Dalle grandi fabbriche tedesche, simbolo di ingegneria e precisione, a quelle francesi, italiane e olandesi, non esiste marchio che possa considerarsi al sicuro, poiché tutti dipendono, in misura variabile, da quei componenti elettronici la cui disponibilità è stata bruscamente troncata.
Le radici diplomatiche di una crisi industriale
All’origine della paralisi produttiva, che rischia di avere ripercussioni a catena sull’occupazione e sull’intera economia del continente, non vi è infatti un semplice guasto tecnico o un problema logistico, bensì una complessa controversia politica e diplomatica fra Pechino e l’Occidente. La nazionalizzazione di Nexperia, disposta da un tribunale de L’Aja, ha innescato la risposta cinese, la quale, servendosi del divieto di esportazione come arma, ha di fatto creato un cortocircuito i cui effetti si stanno abbattendo su un settore già fragile. L’Acea, conscia della gravità del momento, ha pertanto esortato con forza a trovare una soluzione negoziale, l’unica in grado di sbloccare una situazione che, giorno dopo giorno, diventa sempre più critica non solo per l’Europa ma per l’intera produzione automobilistica globale.
La conta dei danni imminenti
Mentre la partita diplomatica si gioca su tavoli lontani, nelle officine e nei capannoni industriali il tempo stringe inesorabilmente. L’associazione dei carmaker ha definito il rischio come «imminente», un aggettivo che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche e che delinea la concretezza di un pericolo i cui primi segni sono già visibili. Senza una revoca del blocco da parte di Pechino, o senza l’individuazione di fonti alternative nell’immediato, l’intero comparto, che dà lavoro a migliaia di persone e che contribuisce in maniera significativa al Pil europeo, potrebbe trovarsi costretto a un arresto forzato, con conseguenze facilmente immaginabili ma dalle proporzioni difficili da calcolare appieno.




