Ebola in Congo, la scuola si fa a distanza nelle zone rosse: il piano del governo per la rentrée 2026-2027

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Mentre l'epidemia di virus Ebola Bundibugyo continua a mietere vittime e a diffondersi a una velocità definita «senza precedenti» dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il governo della Repubblica Democratica del Congo ha deciso di non fermare la scuola ma di reinventarla, almeno nelle aree più esposte al contagio. A partire dal prossimo anno scolastico, che prenderà il via il 1° settembre 2026, sarà introdotta una didattica a distanza in 18 zone sanitarie classificate come «ad alto rischio».

Una scelta che, nelle intenzioni dell'esecutivo, mira a contemperare due esigenze opposte ma ugualmente urgenti: garantire il diritto allo studio e, allo stesso tempo, limitare al massimo i rischi di trasmissione del virus tra i banchi di scuola.

Una rentrée «differenziata» tra zone verdi, arancioni e rosse

La strategia messa a punto dal governo congolese, e illustrata nel dettaglio dalla ministra dell'Istruzione nazionale Raïssa Malu nel corso di un punto stampa tenutosi a Kinshasa, si basa su un sistema a tre livelli che ricalca la mappa dell'emergenza epidemiologica. Nelle cosiddette zone verdi, dove non si sono registrati casi di Ebola, le lezioni si svolgeranno con la consueta formula in presenza.

Nelle aree arancioni, ovvero quelle colpite dalla malattia ma dove la situazione è considerata «sotto controllo», le attività didattiche in presenza saranno invece potenziate sul fronte delle misure di prevenzione, con un rafforzamento delle campagne di sensibilizzazione, il lavaggio obbligatorio delle mani e la distribuzione di kit sanitari.

Diverso, e decisamente più complesso, lo scenario previsto per le 18 zone rosse, quelle cioè classificate ad alto rischio. In queste aree scatterà l'insegnamento a distanza, un dispositivo già ufficializzato dal governo a partire dal febbraio 2025. Come ha tenuto a precisare la ministra Malu, per evitare equivoci, non si tratterà di didattica in linea o basata su internet, bensì di un sistema «leggero», che non richiede né il possesso di apparecchiature tecnologiche da parte delle famiglie né un accesso stabile alla rete.

In concreto, gli studenti riceveranno schede pedagogiche stampate contenenti i saperi essenziali del programma scolastico; i genitori potranno ritirare questo materiale direttamente a scuola ogni due settimane. Il tutto sarà integrato da trasmissioni educative diffuse attraverso le radio locali e comunitarie, un mezzo di comunicazione ancora capillarmente diffuso anche nelle aree più remote del Paese.

Scuole aperte come presidi educativi, l'obiettivo è evitare il distacco

Il dispositivo, che sarà sperimentato inizialmente per un periodo di quattro settimane, prevede una valutazione congiunta con il ministero della Salute per decidere gli eventuali passi successivi, in base all'evolversi della curva epidemica. Ma anche nelle zone rosse, le scuole non resteranno fisicamente chiuse.

Come spiegato dalla ministra Malu, gli istituti scolastici continueranno a funzionare come «punti di servizio e attenzione educativa», con la presenza di insegnanti e tutor che avranno il compito di seguire a distanza gli alunni e di mantenere un rapporto vivo con le famiglie, per evitare che i ragazzi, specialmente i più piccoli, perdano il contatto con il mondo della scuola. «L'obiettivo – ha dichiarato la titolare del dicastero dell'Istruzione – è mantenere il bambino attivo in casa, non disconnetterlo dalla scuola e concentrarsi sui saperi essenziali».

Un passaggio cruciale, questo, che mira a garantire la continuità del percorso formativo, assicurando a tutti gli studenti coinvolti in questo modello «a distanza» la possibilità di presentarsi regolarmente alle prove certificative e all'esame di Stato.

Numeri da record e un virus che mette in crisi il sistema sanitario

A rendere ancora più drammatica la cornice in cui si inserisce questa decisione sono i numeri dell'epidemia, che continua a mietere vittime a un ritmo impressionante. Secondo gli ultimi dati diffusi dal governo congolese e dall'Africa CDC, i casi confermati hanno ormai superato la soglia dei 5.000, attestandosi a 5.021, mentre i decessi registrati sono 2.378.

Il bilancio complessivo dell'epidemia attuale, che è stata dichiarata ufficialmente lo scorso 15 maggio ma che secondo gli esperti potrebbe essere iniziata già nei mesi precedenti, ha già superato quello del precedente focolaio del 2018-2020, che per il Paese era stato fino a oggi il più letale in assoluto. A determinare questa accelerazione, come ormai noto, è il ceppo Bundibugyo, una variante rara del virus Ebola per la quale al momento non esistono vaccini o trattamenti specifici approvati.

Il tasso di letalità tra i casi confermati si attesta intorno al 47,4%, ma in alcune province come il Nord Kivu, dove la risposta sanitaria incontra maggiori difficoltà a causa dell'instabilità cronica e della presenza di gruppi armati, la percentuale sale drammaticamente fino al 70%.

La risposta all'emergenza è resa ancora più complessa da una serie di fattori endemici: le criticità infrastrutturali, le difficoltà di accesso alle cure in zone rurali e minerarie, lo scetticismo di una parte della popolazione che rifiuta di sottoporsi ai test, e persino episodi di violenza, come l'aggressione a una squadra sanitaria nello scorso fine settimana nel territorio di Aru, in Ituri, da parte di residenti che hanno dato alle fiamme un'ambulanza.

Di fronte a questo scenario, la decisione del governo di puntare sulla didattica a distanza nelle aree più colpite rappresenta un tentativo, per quanto parziale e difficoltoso, di arginare il contagio sul fronte educativo, mentre la comunità internazionale, con l'Oms in prima linea, cerca di correre ai ripari accelerando la sperimentazione di vaccini specifici e valutando l'impiego di quelli esistenti, come Ervebo, per il ceppo Zaire.

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