Israele invade, di nuovo, il Libano: «Il modello è Gaza» e Katz minaccia di non far tornare gli sfollati nel sud
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Redazione Esteri
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L’operazione militare israeliana in Libano è entrata in una nuova fase, e le dichiarazioni del ministro della difesa Israel Katz non lasciano spazio a fraintendimenti: ciò che sta accadendo oltre il confine settentrionale segue lo stampo di quanto già visto nella Striscia di Gaza. L’invasione di terra, iniziata ufficialmente lo scorso fine settimana con l’avanzata delle truppe delle Forze di Difesa israeliane (Idf) per alcuni chilometri all’interno della cosiddetta area di sicurezza, quella fascia cuscinetto al confine tra i due paesi, si accompagna a un avvertimento chiaro e durissimo rivolto alla popolazione civile. Katz ha infatti dichiarato che le centinaia di migliaia di residenti sciiti del sud del Libano, in particolare quelli che vivono al di sotto del fiume Litani, non faranno ritorno alle loro abitazioni fintantoché Hezbollah continuerà a rappresentare una minaccia concreta per le comunità israeliane del nord, un’affermazione che, nei fatti, configura una strategia di spopolamento temporaneo – o forse non solo – di vaste aree del paese dei cedri.
L’escalation, che ha preso slancio a partire dal 2 marzo, ha visto un'intensificazione senza precedenti degli scambi di fuoco, con Hezbollah che ha lanciato razzi e droni – talvolta in coordinamento con Teheran – verso obiettivi in Israele, colpendo, tra gli altri, anche quartieri di Gerusalemme dove detriti incandescenti sono piovuti vicino al complesso del Santo Sepolcro e alla Spianata delle Moschee. Dal canto suo, lo Stato ebraico ha risposto con una massiccia ondata di bombardamenti che hanno preso di mira non solo le roccaforti del Partito di Dio nel sud del Libano e nella periferia sud di Beirut, ma hanno anche raggiunto, in modo simultaneo, obiettivi militari ritenuti strategici a Teheran, allargando di fatto il conflitto a un fronte regionale che coinvolge direttamente l’Iran.
La «dottrina Gaza» applicata al nord e l’obiettivo di spezzare Hezbollah
L’approccio israeliano, come ripetuto dallo stesso Katz, si ispira alla campagna condotta contro Hamas nella Striscia: distruzione delle infrastrutture terroristiche, creazione di zone cuscinetto e pressione militare costante fino al collasso della capacità operativa del nemico. Fonti militari citate dai media israeliani spiegano che l’intento è duplice: da un lato, indebolire in modo significativo le capacità belliche di Hezbollah, sfruttando l’attuale contesto di guerra con l’Iran per infliggergli colpi duraturi; dall’altro, colpire la sua base sociale e politica, in larga parte concentrata proprio nel sud del paese, provocando un esodo prolungato che ne eroda il consenso e l’immagine di protettore della comunità sciita libanese. Un piano ambizioso che, nelle intenzioni di Tel Aviv, dovrebbe garantire la sicurezza dei residenti della Galilea, bersagliati da un fuoco continuo che le Idf descrivono come più intenso e profondo rispetto ai precedenti conflitti.
Non si tratta, almeno ufficialmente, di una nuova occupazione stabile, ma l’evidenza sul campo parla di un’avanzata che procede, di postazioni militari che vengono allestite – il ministero della difesa israeliano avrebbe già piani per la costruzione di nuovi avamposti in territorio libanese, che andrebbero ad aggiungersi a quelli rimasti in essere dopo la tregua del novembre 2024 – e di una popolazione civile pagata a caro prezzo. Il bilancio dei combattimenti, secondo le ultime rilevazioni, parla di quasi 900 vittime e di circa 850mila sfollati, persone che hanno abbandonato le loro case in preda al panico, spesso caricando tutto ciò che potevano su automobili e camion per affrontare viaggi interminabili verso Beirut o verso il nord, soltanto per scoprire che la capitale stessa non è affatto un rifugio sicuro, essendo stata più volte bersaglio di raid. Le strade della città, in particolare la zona del lungomare, sono ormai gremite di tende di fortuna dove migliaia di famiglie cercano riparo, esposte anche alle intemperie di una tempesta che si è abbattuta sulle coste, aggravando ulteriormente una situazione umanitaria già al collasso.
Il coordinamento con Teheran e la reazione degli attori internazionali
La complessità dello scenario è acuita dall’inedito livello di coordinamento mostrato da Hezbollah con l’Iran. L’attacco più rilevante, descritto dalle Idf come il lancio di circa 200 razzi e una ventina di droni in una sola notte, è avvenuto in contemporanea con il lancio di missili balistici da parte di Teheran, un’operazione combinata che ha messo a dura prova i sistemi di difesa israeliani e che ha avuto come obiettivo anche basi statunitensi presenti nella regione, come quelle in Arabia Saudita e Giordania. Un’intesa, questa, che testimonia come ciascuno degli attori in campo – Iran, Hezbollah e Israele – percepisca la battaglia in corso come esistenziale, con l’asse sciita che cerca di mostrare compattezza e capacità di risposta diffusa sul territorio. Il ministro degli Esteri americano, Marco Rubio, ha già avvertito che i colpi più duri contro Teheran devono ancora arrivare, un’ulteriore dimostrazione di come il conflitto abbia ormai superato i confini del confronto israelo-libanese per diventare una guerra regionale più ampia, con gli Stati Uniti pienamente coinvolti al fianco di Israele.
Dietro le quinte, tuttavia, mentre le bombe continuano a cadere, si muovono iniziative diplomatiche. Secondo indiscrezioni riportate da agenzie internazionali, Francia e Stati Uniti starebbero lavorando per portare a colloqui diretti tra Israele e il governo libanese, sebbene ufficialmente i piani vengano smentiti. Il presidente libanese, Joseph Aoun, si trova in una posizione di estrema debolezza: da un lato condanna gli attacchi israeliani, dall’altro ha duramente criticato Hezbollah per aver esposto nuovamente il paese ai pericoli della guerra, usandolo come piattaforma per conflitti per procura che nulla hanno a che fare con gli interessi nazionali. Una spaccatura, quella tra lo stato libanese e il partito-milizia, che Israele cerca di sfruttare, lanciando ultimatum a Beirut affinché sia il governo a farsi carico di neutralizzare la minaccia di Hezbollah, con l’avvertimento che, in caso contrario, saranno le Idf a farlo, occupando il territorio. L’avanzata di terra continua, così come i razzi su Haifa e Tel Aviv, mentre un milione di libanesi conta i morti e cerca un rifugio, in un paese che la storia ha già visto più volte sprofondare nell’abisso.




