Giuli silura i vertici del suo staff al ministero. I fondi negati al docufilm su Regeni scatenano l’azzeramento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un terremoto politico-amministrativo ha scosso ieri le fondamenta del Collegio romano, sede del ministero della Cultura. Il ministro Alessandro Giuli – come appreso da fonti stampa che citano documenti in via di formalizzazione – ha firmato i decreti di revoca per due dei suoi più stretti collaboratori, azzerando di fatto la dirigenza del suo entourage personale. I provvedimenti, che secondo quanto riportato dal Corriere della Sera sarebbero già partiti, colpiscono Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica dell’ufficio, ed Elena Proietti, che ricopriva il ruolo di responsabile della segreteria particolare del titolare del dicastero.

Il caso Regeni come detonatore di una frattura interna

La scintilla che ha innescato la procedura di allontanamento risiede nella tormentata vicenda del documentario “Giulio Regeni - Tutto il male del mondo”. L’opera, che ripercorre la vicenda del ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso al Cairo, era stata recentemente esclusa dai finanziamenti pubblici del Mic; una decisione, quella della commissione per il cinema, che il ministro Giuli aveva pubblicamente definito “inaccettabile sul piano morale e ideale” durante la cerimonia dei David di Donatello al Quirinale. Pur avendo ribadito più volte l’autonomia delle commissioni tecniche – sottolineando, a proposito di un presunto condizionamento politico, che “portatemi le prove” era la sua linea di difesa – Giuli ha scelto di colpire l’apparato fiduciario che lo circonda. Merlino, in particolare, è risultato nel mirino per la mancata vigilanza sull’iter del progetto; una mancanza di controllo che, unita alle polemiche seguite ai due “bocciature” (la domanda era stata respinta prima nel 2024 e poi nuovamente nel 2025), è costata cara al funzionario.

Due profili diversi, un’unica rottura con il ministro

Se la vicenda legata al docufilm su Regeni ha rappresentato la causa principale del licenziamento politico di Merlino – figura di spicco molto vicina al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e, secondo alcune indiscrezioni, considerata la “longa manus” di Palazzo Chigi all’interno della cultura – le motivazioni che hanno portato alla revoca di Elena Proietti seguono un filone disciplinare differente. A quest’ultima, esponente di spicco di Fratelli d’Italia in Umbria, viene contestato un episodio di grave indisciplina logistica: la mancata presentazione in aeroporto lo scorso mese, che le ha fatto saltare la missione istituzionale che il ministro stava per intraprendere a New York. La scelta di procedere con i decreti – non confermati ufficialmente da un portavoce che si è limitato a un laconico “nessun commento” – sembra suggerire un tentativo, da parte di Giuli, di ricostruire una catena di comando incrinatasi dopo le pressioni politiche degli ultimi giorni.

Un azzeramento che fa parlare le opposizioni

Il duplice licenziamento ha, inevitabilmente, restituito eco alla bufera politica che aveva già colpito la commissione cinema del Mic – dove si erano dimessi, a seguito del caso Regeni, i critici Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti, seguiti poi da Ginella Vocca – spostando l’attenzione dal merito della selezione artistica alla gestione della “fiducia” al vertice. L’operazione di “pulizia” interna messa in atto da Giuli – che aveva già dovuto gestire delicate situazioni come quella della presenza russa alla Biennale o lo scontro con la direttrice d’orchestra Beatrice Venezia – segna un prima e un dopo nei rapporti di forza tra il ministro e la macchina organizzativa del dicastero. Resta, sullo sfondo, la vicenda giudiziaria e morale di Giulio Regeni: il documentario rimasto fuori dai contributi continua a rappresentare, più di ogni altra cosa, un simbolo di una tensione mai sopita tra autonomia tecnica e sensibilità politica, una tensione che ora paga il prezzo delle revoche.

Il futuro dello staff e le crepe nella maggioranza

Merlino, figlio di Mario (storico esponente della destra extraparlamentare), non era certo un peso leggero all’interno degli equilibri di governo: la sua presenza al Mic era stata inizialmente garantita da Gennaro Sangiuliano e poi riconfermata, seppur con evidenti attriti, da Giuli. La sua rimozione – che arriva nonostante fosse considerato da molti un candidato possibile per ruoli di sottosegretario – potrebbe lasciare strascichi nei rapporti con Palazzo Chigi, rivelando una frattura operativa che va oltre la semplice sostituzione di due funzionari. La scelta di Giuli, operativa sin dal 6 aprile dello scorso anno, appare dunque come un tentativo di normalizzare la “fabbrica” culturale del governo; un tentativo che, passando per le teste di chi non ha vigilato o non ha obbedito, cerca di restituire una parvenza di disciplina a un ministero esposto a continue scosse telluriche.

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