Giuli e la “fase due” dopo l’azzeramento: i veleni dentro FdI e il monolite che scricchiola

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’aria, tra le stanze del Collegio Romano e i palazzi del potere, si è fatta improvvisamente irrespirabile, satura di telefonate concitate e di richieste di chiarimenti che nessuno, fino a pochi giorni fa, avrebbe immaginato di dover formulare. È la cronaca di un azzeramento, quello voluto dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha deciso di revocare gli incarichi a due figure chiave del suo entourage – parliamo di Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica, ed Elena Proietti, capo della segreteria personale – scatenando una reazione a catena che ha rischiato di far implodere gli equilibri interni alla maggioranza. Ai suoi più stretti collaboratori, quelli rimasti dopo la scure dei decreti, Giuli ha confidato di aver archiviato la schermaglia con un concetto semplice quanto ambizioso: «Inizia la fase due». Un’espressione, la sua, che sa più di tregua armata che di vera pace, e che vede nel primo ramoscello d’ulivo proprio il nome dell’amico-rivale Pietrangelo Buttafuoco, con il quale i colpi di fioretto (almeno per ora) sembrano essersi esauriti.

Le ragioni di un “harakiri” politico, tra il caso Regeni e le missioni mancate

Il fulmine a ciel sereno – anche se i segnali di un temporale imminente c’erano tutti – è scoccato da un vulnus apparentemente tecnico, ma politicamente esplosivo: il mancato finanziamento a un documentario sulla morte di Giulio Regeni, una ferita ancora aperta per l’opinione pubblica. A pagare lo scotto di quella gestione, giudicata “superficiale” dal ministro, è stato proprio Merlino, figura che però non è mai stata considerata un semplice funzionario; alla base della poltrona del Mic, Merlino era considerato l’uomo di fiducia del potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, il che ha trasformato un semplice avvicendamento in una sfida diretta alle fondamenta meloniane. La seconda bersaglio illustre, Elena Proietti, esponente di spicco di Fratelli d’Italia in Umbria, avrebbe invece pagato la mancata partecipazione a una missione istituzionale a New York; circostanza, quest’ultima, che il ministro avrebbe interpretato come una grave inadempienza, al punto da suggellare un’uscita di scena priva di appelli. E qui, si annida il paradosso che ha fatto infuriare mezza Palazzo Chigi: se Giuli ha potuto fare piazza pulita di due nomi espressi dal partito, perché la presidente del Consiglio non avrebbe dovuto fare altrettanto con i suoi? Il parallelo tirato in causa dal diretto interessato – quello che evoca le dimissioni imposte ad altri big del governo – è sembrato ai più un azzardo, una forma di “harakiri” politico che alcuni colonnelli della destra hanno liquidato con un secco: «Ormai ha troppi nemici».

Dal monolite alla polveriera: la destra orfana delle correnti

A rendere il quadro ancora più complesso, certo non lo si può definire un semplice ritorno alle beghe di bottega, è la natura stessa della compagine di governo. C’era un tempo – lo ricordano i nostalgici delle vecchie vesti di Alleanza nazionale – in cui le correnti erano organizzate, avevano una sede, una rivista, un raduno e magari pure un leader carismatico come Gianfranco Fini. Oggi, in un partito che si era autoproclamato monolite senza spigoli, l’assenza di una mediazione strutturata trasforma ogni screzio in un terremoto. Gli umori tra via della Scrofa (sede di FdI) e Palazzo Chigi, nelle ore successive all’azzeramento, non erano certamente quelli di un pomeriggio di festa; il nervosismo lasciato dalle mille telefonate intercorse tra i vertici ha raccontato la foto di una maggioranza che sembra aver perso il manuale delle regole condivise. E neppure la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha potuto evitare di intervenire di persona, convocando un faccia a faccia lampo con Giuli; secondo le cronache più accreditate, l’incontro – durato circa un’ora – è servito per ribadire la «massima sintonia» e la «piena volontà di sostenere l’azione di un ministero centrale per l’Italia», ma i retroscena raccontano di una Meloni che avrebbe redarguito il ministro con un secco: «Così fai un favore alla sinistra, ora cerchiamo di ripartire, ma basta con questi errori».

Un’estate di fuoco e i precedenti che hanno scaldato l’aria

Del resto, la miccia non è stata innescata soltanto dai due decreti di revoca. A rendere incandescente la poltrona del ministro aveva già contribuito la rottura plateale con Buttafuoco in occasione della Biennale di Venezia, dove la querelle sulla partecipazione russa aveva spaccato in due il fronte governativo. Matteo Salvini, in quell’occasione, non aveva perso tempo a schierarsi contro Giuli, arrivando persino a visitare il padiglione di Mosca e a fotografarsi con i rappresentanti di un paese la cui invasione ha messo in crisi l’ordine europeo. Una scelta, quella del Carroccio, che ha trasformato il ministero della Cultura in un campo di battaglia secondario della guerra per la leadership; e Giuli, da par suo, non ha certo lesinato colpi, arrivando a scontrarsi con il vicepremier in Consiglio dei ministri su questioni delicate come il Piano Casa o la tutela delle Soprintendenze. Se a questo si aggiunge il precedente del caso Beatrice Venezi alla Fenice – gestita malamente e risoltasi in una sconfitta per l’esecutivo – si comprende come il malessere non sia solo una questione di poltrone, ma il sintomo di una difficoltà oggettiva nel governare il cosiddetto “egemonia culturale” da parte di una destra che, fuori dal governo, sembra arrancare nelle sue roccaforti ideologiche.

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