La quarantena dell’uomo di Johannesburg: hantavirus a Padova, nessun sintomo nel "contatto a basso rischio"
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Redazione Salute
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Era seduto a qualche metro di distanza, forse anche meno, su quel volo in arrivo da Amsterdam, quando la donna olandese di 69 anni, poi deceduta per le complicanze del virus contratto in Patagonia, salì a bordo per pochi istanti prima del decollo. Da sabato 9 maggio, un cittadino sudafricano, professionista cinquantenne residente a Johannesburg, è stato posto in isolamento nell’area di Padova. La sua è una quarantena che le autorità sanitarie definiscono “precauzionale”, visto che lo stesso soggetto non presenta alcuna sintomo riconducibile all’infezione. E mentre gli esami del sangue, eseguiti nella mattinata di lunedì 11 maggio dai medici del servizio Igiene e Sanità Pubblica dell’Ulss 6 Euganea, viaggiano verso la conferma della negatività, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha voluto chiarire la posizione del diretto interessato: non un malato, ma un semplice tracciato nel complesso mosaico dei contatti della vittima.
Il protocollo del ministero e l’isolamento fiduciario
I prelievi ematici, effettuati con tutte le precauzioni del caso da un medico e da un infermiere territoriale, rientrano nel piano di sorveglianza attiva predisposto dal ministero della Salute dopo i primi focolai registrati sulla nave da crociera MV Hondius. Il viaggiatore sudafricano, sbarcato a Venezia il 26 aprile, è finito nel mirino della macchina dei controlli perché considerato un “contatto a basso rischio”: una definizione tecnica, spiegano dall’Ulss, che indica l’assenza di prossimità prolungata con la fonte del contagio. La passeggera olandese, infatti, salì e scese dall’aereo in Sudafrica in un lasso di tempo così breve da ridurre drasticamente la possibilità di esposizione per gli altri presenti in cabina. Nonostante ciò, il direttore del Dipartimento di Prevenzione, Luca Sbrogiò, ha attivato la macchina dei controlli in costante contatto con Roma, per garantire che l’iter burocratico e sanitario seguisse alla lettera le linee guida nazionali.
Un virus che si trasmette (raramente) tra umani ma senza vaccino
A differenza di quanto osservato per altri patogeni, l’hantavirus nella sua variante Andes, quella che ha ucciso la turista olandese, presenta una peculiarità inquietante ma per fortuna poco frequente: la capacità di trasmettersi da uomo a uomo, seppur solo in condizioni di contatto stretto e prolungato. Nel caso specifico del professionista sudafricano, però, il tempo di esposizione è stato così limitato che i medici hanno escluso questa evenienza, concentrandosi unicamente sul monitoraggio. Al momento, spiegano fonti sanitarie, non esiste una terapia specifica né un vaccino per prevenire l’infezione, e la gestione del paziente si limita al supporto delle funzioni vitali e alla cura dei sintomi laddove questi dovessero comparire. Per questo motivo, la strategia adottata dalle autorità venete si basa esclusivamente sull’isolamento e sulla tempestività dei test diagnostici. L’uomo, che gode di buona salute, viene sottoposto a controllo costante senza però necessitare di alcuna terapia farmacologica.
Sorveglianza attiva e l’assenza di casi autoctoni
La vicenda del passeggero padovano, sebbene abbia acceso i riflettori sul Veneto, rappresenta un unicum regionale. Stefani ha ribadito più volte in queste ore che “non c’è nessun caso di hantavirus in Veneto”, sottolineando che l’unico motivo di allarme è legato a questo singolo episodio di importazione. La Regione, insieme all’Ulss, ha già predisposto tutte le misure di tracciamento del caso, ma il rischio per la popolazione generale resta pressoché nullo, trattandosi di un virus che non circola nei roditori autoctoni italiani se non per ceppi differenti e meno aggressivi. Il “paziente zero” del volo, la signora Mirjam Schilperoord, aveva contratto il virus durante una permanenza in Patagonia, zona endemica per questa tipologia di infezione, morendo successivamente in un ospedale sudafricano. Tutti i passeggeri che hanno avuto anche solo un contatto minimo con lei prima del decesso sono stati rintracciati dalle autorità internazionali e messi in sorveglianza, e quello di Padova è solo l’ultimo, in ordine di tempo, a finire sotto la lente d’ingrandimento degli epidemiologi.




