Il vertice di Addis Abeba e la strategia italiana per l’Africa: dal Piano Mattei al ruolo di ponte con l'Europa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un filo rosso che lega la sede dell’Unione Africana, i nuovi equilibri geopolitici e la premier Giorgia Meloni, atterrata ieri ad Addis Abeba per quella che è una doppia occasione di confronto e di verifica. Da un lato, la seconda edizione del vertice Italia-Africa, che per la prima volta si tiene in territorio africano a due anni di distanza dall’esordio romano; dall’altro, la partecipazione in qualità di ospite d’onore alla trentanovesima Assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana, un riconoscimento che va oltre la formalità diplomatica e che segna una continuità di intenti. L’ambizione, dichiarata fin dallo slogan che campeggia nel Convention center della capitale etiope – “Un ponte per una crescita comune” – è quella di fare dell’Italia l’interlocutore privilegiato tra l’Europa e il continente, un crocevia strategico in un momento in cui le mappe degli interessi globali vengono ridisegnate. E la scelta di tenere il summit in concomitanza con i lavori dell’Unione Africana non è affatto casuale: serve a sottolineare, con un gesto concreto, la volontà di integrare la strategia nazionale, quel Piano Mattei lanciato con grande enfasi, all’interno di un dialogo più ampio e paritario con i 49 membri dell’organizzazione continentale.

Dal dire al fare: la ricognizione sui progetti e l’allargamento del Piano

Se il primo vertice del 2024 era stato soprattutto un palcoscenico per annunci e dichiarazioni d’intenti, quello di Addis Abeba ha il sapore di un collaudo operativo, di quel “tagliando” che si fa dopo i primi chilometri per verificare lo stato del motore. I numeri, del resto, cominciano a prendere forma: nel solo 2025, stando a quanto filtra da palazzo Chigi, i progetti avviati nell’ambito del Piano hanno raggiunto un valore compreso tra 1,3 e 1,4 miliardi di euro -7-10. Una cifra che non deriva esclusivamente dalle casse italiane – dove il fondo iniziale era di 5,5 miliardi – ma che è il frutto di un’architettura finanziaria complessa, che combina il Fondo Clima italiano, il Plafond Africa di Cassa Depositi e Prestiti e, soprattutto, la collaborazione con istituzioni multilaterali come la Banca Mondiale, la Banca Africana di Sviluppo e il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo -8-9. È il meccanismo della leva, insomma, a moltiplicare l’impatto delle risorse pubbliche, attirando capitali e competenze in un’ottica che si vuole lontana dall’assistenzialismo e più vicina a una logica di investimento. I Paesi coinvolti, d’altra parte, non sono più solo i nove iniziali: alla lista si sono aggiunte nazioni come Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania, portando a quattordici i cosiddetti “Paesi focus” del Piano, con la prospettiva di ulteriori allargamenti nei prossimi mesi -5-9.

Corridoi energetici e sovranità alimentare: il cuore degli interventi

A tenere banco, durante i lavori odierni al Convention Center – aperti dagli interventi, tra gli altri, del primo ministro etiope Abiy Ahmed e del segretario generale dell’Onu António Guterres – sono i dossier caldi che disegnano la nuova geografia degli interessi italiani in Africa -1-9. In cima all’agenda ci sono i grandi progetti infrastrutturali legati all’energia: l’interconnessione elettrica sottomarina Elmed tra Italia e Tunisia, destinata a diventare un’autostrada per lo scambio di elettricità tra le due sponde del Mediterraneo, e il maxi-impianto fotovoltaico Abydos II in Egitto, da un gigawatt di potenza, rappresentano i pilastri di una strategia che mira a trasformare l’Italia in un hub energetico europeo -2-6. Ma non c’è solo l’energia, perché il Piano si articola su più direttrici: si parla di agricoltura e sovranità alimentare, con il progetto di agricoltura rigenerativa in Algeria e il polo ortofrutticolo in Mozambico, e di acqua, con interventi che incrociano la necessità di irrigazione e l’accesso all’acqua potabile -6. C’è poi il capitolo della formazione, un elemento che il governo considera cruciale per costruire un rapporto duraturo, e che si traduce in memorandum sull’istruzione tecnica firmati con Etiopia, Tunisia, Egitto, Marocco e Kenya, oltre al progetto di formare a Caserta oltre 1300 funzionari africani -8.

Il contesto europeo e la scommessa sul Global Gateway

L’operazione, per quanto italiana nella titolarità, si inserisce però in un quadro più vasto che guarda a Bruxelles. Il Piano Mattei, infatti, è pensato per integrarsi con il Global Gateway europeo, quel piano da centinaia di miliardi con cui l’Unione intende controbilanciare la presenza cinese e russa nel continente -4-8. E non è un caso che la premier Meloni, forte di questo allineamento, possa presentare l’Italia come il vettore naturale degli interessi europei in Africa, un ponte – appunto – che funziona in entrambe le direzioni. In un contesto geopolitico che vede il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e un disimpegno americano su alcuni fronti, Roma cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo, proponendo un modello di cooperazione che, nelle intenzioni, si basa sulla “co-creazione” e sul rispetto delle priorità indicate dai partner africani, piuttosto che sull’imposizione di ricette calate dall’alto -4. I lavori, dopo la sessione plenaria di apertura e gli interventi dei rappresentanti di Banca Mondiale e Banca Africana di Sviluppo, proseguiranno con una serie di bilaterali, in attesa della cena di Stato offerta dal premier etiope, che suggellerà una due giorni destinata a pesare sulle scelte future della politica estera italiana.

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