Il vertice di Addis Abeba e il primo tagliando del Piano Mattei tra progetti idrici, allargamento geografico e lentezze burocratiche
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Redazione Esteri
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Il prossimo 13 febbraio la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sarà ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa, il primo a essere ospitato direttamente nel continente e non a Roma – circostanza che ne accentua il valore politico – e l’indomani interverrà, invitata in qualità di ospite d’onore, alla plenaria dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana -1-2-5. Un riconoscimento, quello ricevuto dall’organismo continentale, che per l’esecutivo italiano certifica la credibilità accumulata in due anni di dialogo strutturato; e tuttavia l’appuntamento, a sentire le fonti diplomatiche che seguono il dossier, è destinato soprattutto a trasformarsi in un severo banco di prova: si tratta infatti di passare in rassegna, con i quattordici paesi formalmente aderenti al Piano Mattei, quel che è stato effettivamente speso e realizzato, ma pure quel che, nonostante gli annunci, stenta ancora a decollare -1-8-10.
L’impianto finanziario del Piano, stando ai numeri circolati negli ultimi giorni, mostrerebbe una crescita significativa rispetto agli esordi. Nel solo 2025 sarebbero stati mobilitati tra 1,3 e 1,4 miliardi di euro, una cifra che – spiegano a Palazzo Chigi – deriva dall’effetto leva innescato dalla collaborazione con la Banca Africana di Sviluppo e dal contributo del Fondo Italiano per il Clima, al quale si aggiungono il Plafond Africa di Cassa Depositi e Prestiti e una linea multi-donor che ha già attratto Emirati Arabi Uniti e Danimarca -1-10. A ogni euro stanziato da Roma, viene sottolineato, corrisponde un cofinanziamento dell’istituzione africana: meccanismo che consente di amplificare la portata degli interventi senza gravare interamente sulle casse pubbliche italiane. Il perimetro geografico, intanto, si è allargato: dai nove paesi pilota del 2024 si è giunti agli attuali quattordici – con l’ingresso di Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania e Senegal – e non è escluso che nel corso del 2026 possano aggiungersi nuove nazioni -1-7-8.
Se la quantità di risorse e il numero dei partner sono parametri facilmente misurabili, assai più complessa appare la verifica dei cantieri sul terreno. La priorità trasversale emersa dal confronto con i leader africani è ormai inequivocabilmente quella idrica: accesso all’acqua potabile, irrigazione per l’agricoltura, resilienza delle infrastrutture civili in zone aride o semi-aride -1-8. In Marocco l’Italia è capofila di un ambizioso programma sull’acqua che vede coinvolte Francia, Germania e Commissione europea – a dimostrazione, viene fatto notare, dell’integrazione del Piano Mattei nel più vasto Global Gateway dell’Unione – mentre in Algeria e Tunisia sono già operativi progetti di messa a coltura di terreni desertici -1-3-8. In Algeria, peraltro, è prevista per il 2026 l’apertura di un centro di eccellenza per la formazione di tecnici agricoli intitolato a Enrico Mattei, inizialmente annunciato come tassello fondamentale della strategia di trasferimento di competenze -8.
E tuttavia, a fronte di questi elementi, emergono con altrettanta nettezza i nodi critici. I tempi di attuazione restano il tallone d’Achille dell’intera architettura: le procedure amministrative italiane e, ancor più, le ratifiche parlamentari nei paesi partner – passaggi inevitabili per rendere operative le intese – allungano a dismisura la distanza tra la firma del memorandum e l’avvio effettivo dei lavori -1-8. La struttura di missione, diretta dal consigliere diplomatico Fabrizio Saggio, sta lavorando a una semplificazione dei passaggi normativi, ma per il momento l’erogazione delle risorse procede a velocità differenziate a seconda dei contesti nazionali -1-3-8. Vi è poi la questione, mai del tutto sopita, del rapporto tra il Piano e gli interessi energetici italiani: alcune analisi indipendenti segnalano una significativa sovrapposizione tra i paesi inclusi nel Mattei e quelli in cui Eni detiene concessioni strategiche, Algeria in testa, e se da un lato il Fondo Clima – che costituisce la principale fonte di dotazione – vieta espressamente l’impiego delle sue risorse per attività estrattive, dall’altro la compresenza sul medesimo territorio di progetti di cooperazione e di attività commerciali di una multinazionale a partecipazione pubblica rende talvolta opaco il confine tra partenariato e approvvigionamento -7-9.
Sul versante delle grandi infrastrutture, l’investimento di maggiore rilievo è rappresentato dalla partecipazione italiana al Corridoio di Lobito: un progetto da cinque miliardi di dollari complessivi – con un contributo italiano di 320 milioni – che collegherà lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo al porto angolano di Lobito, sull’Atlantico, offrendo un’alternativa alle rotte controllate da Pechino per l’esportazione di minerali critici -1-4-7. I primi convogli sono attesi per la fine del 2026, ma anche in questo caso le perplessità non mancano: alcuni osservatori dubitano che il progetto, per come è concepito, produrrà un autentico sviluppo locale o se invece si limiterà a riprodurre, con diversa bandiera, logiche estrattive che poco lasciano ai territori attraversati -7.




