Il dramma del bimbo col cuore “bruciato”: un parere medico esclude la possibilità di un secondo trapianto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Cinquantaquattro giorni. È questo il tempo che un bambino di due anni, ricoverato presso l’ospedale Monaldi di Napoli, trascorre ormai in uno stato di coma farmacologico, il suo Corpo tenuto in vita esclusivamente dal supporto di una macchina Ecmo, quel dispositivo che sostituisce le funzioni vitali di cuore e polmoni. La speranza, coltivata con disperazione dalla madre, Patrizia, e alimentata dalla tenacia dei medici che lo avevano operato lo scorso 23 dicembre, era quella di un secondo, salvifico trapianto. Un nuovo cuore, insomma, che potesse riparare l’errore di un organo giunto già compromesso da Bolzano, danneggiato, secondo le prime e più insistenti ricostruzioni, da una procedura di conservazione durante il trasporto che avrebbe previsto l’utilizzo di ghiaccio secco, la cui temperatura bassissima avrebbe letteralmente “bruciato” il tessuto cardiaco, rendendolo parzialmente necrotico. Eppure, nonostante le condizioni critiche e il fatto che gli altri organi del piccolo, complice anche il protrarsi di questa situazione, stiano iniziando a cedere, l’equipe del Monaldi aveva sempre sostenuto la necessità e la possibilità di riprovarci, mantenendo il nome del bambino in lista d’attesa.

Ma ecco che, nelle ultime ore, si è inserito un elemento di una gravità inaudita, destinato a cambiare radicalmente il corso delle vicende e a gettare un’ombra ancora più fitta sulla storia. La famiglia, nel tentativo di ottenere un parere che fosse il più possibile oggettivo e lontano dalle polemiche che ormai avvolgono la struttura napoletana, aveva chiesto una consulenza all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, un’eccellenza nazionale nel campo. La risposta, come confermato dal legale dei genitori, l’avvocato Francesco Petruzzi, è stata drammaticamente netta: secondo i medici romani, il piccolo non sarebbe più nelle condizioni cliniche per poter essere sottoposto a un nuovo intervento di trapianto. Un parere che stride in maniera violenta con la posizione dell’ospedale Monaldi, dove il cardiochirurgo che ha eseguito il primo, sfortunato trapianto, e che risulta tra i sei sanitari iscritti nel registro degli indagati dalla procura di Napoli per lesioni colpose, continua a sostenere con fermezza la trapiantabilità del bambino, tanto da averne proposto, in caso di arrivo di un nuovo organo, la riapertura della procedura chirurgica, magari supportato da una equipe esterna.

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