Il privilegio del bianco concesso a Charlène di Monaco e non a Grace Kelly: perché?
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Redazione Esteri
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Quando si parla di protocollo vaticano, e in particolare del cosiddetto “privilegio del bianco”, ci si addentra in uno dei recessi più arcani e affascinanti del cerimoniale ecclesiastico. Quella norma non scritta – ma rigidamente osservata – che consente a determinate sovrane cattoliche di indossare abiti bianchi (invece del consueto nero) durante le udienze papali, è stata al centro di un curioso paradosso storico proprio in occasione della recente visita di Papa Leone XIV a Monaco, avvenuta lo scorso 28 marzo. Se l’attuale principessa Charlène ha potuto esercitare questo diritto senza alcuna sbavatura, la leggendaria Grace Kelly – pur essendo diventata principessa di Monaco dopo le sue nozze con Ranieri III – non ne beneficiò mai. Il motivo, lungi dall’essere una mera questione di gusti o di epoche, affonda le radici in una distinzione sostanziale: il privilegio del bianco è riservato esclusivamente a quelle sovrane regnanti o consorti che siano cattoliche “praticanti” e, soprattutto, che appartengano a una casa regnante. Grace, pur amatissima e iconica, sposò Ranieri quando questi era già principe sovrano, ma la sua conversione al cattolicesimo (avvenuta in occasione del matrimonio) e la sua origine non dinastica – era figlia di un ricco imprenditore statunitense – le preclusero quella che oggi, invece, Charlène può esibire. E così, mentre il principato dei Grimaldi – la dinastia regnante più longeva al mondo, con oltre sette secoli di storia – accoglieva per la prima volta un pontefice in carica, il bianco di Charlène diventava un segno tangibile di una modernità che non cancella le gerarchie ma le reinterpreta.
La storica visita di Papa Leone XIV nel piccolo Stato: un evento senza precedenti
Che il pontefice abbia varcato i confini del Principato di Monaco non è mai accaduto prima, e questo dice molto sul significato dell’evento. Alla vigilia della Domenica delle Palme, Papa Leone XIV – al secolo Robert Francis Prevost – ha fatto il suo ingresso nel palais princier, accolto da una folla di monegaschi che, va detto, hanno gremito le stradine del Rocher per ricevere la benedizione. Monaco, che con i suoi 2,08 chilometri quadrati è lo Stato più piccolo del mondo dopo il Vaticano, ha dunque vissuto una pagina inedita della sua storia millenaria. L’invito, formalizzato dal principe Alberto II durante un’udienza privata tenutasi in Vaticano lo scorso 17 gennaio, ha trovato una pronta accoglienza da parte del Santo Padre: una decisione che ha sorpreso più di un osservatore, data la tradizionale cautela dei pontefici nel visitare realtà territoriali così ridotte ma economicamente potentissime. Durante la visita, il Papa ha voluto sottolineare un concetto chiave per la tradizione culturale europea, quello del «piccolo Stato»: l’ha definito «un dono della piccolezza» e «un’eredità spirituale viva», aggiungendo che proprio questa condizione impegna la ricchezza del principato «a servizio del diritto e della giustizia». Parole pesanti, se si considera il momento storico attuale, segnato – secondo il pontefice – dall’«ostentazione della forza e dalla logica della prevaricazione».
I piccoli Stati d’Europa e il ruolo della monarchia grimaldi nella diplomazia mondiale
Non è un caso, forse, che la visita sia caduta in un periodo in cui l’amministrazione Trump – tornata alla Casa Bianca – rilancia dazi e politiche di potenza. I piccoli Stati europei, da Andorra a San Marino, dal Lussemburgo a Malta, rappresentano da secoli un modello alternativo di convivenza civile internazionale, fondato sulla diplomazia e sul diritto più che sulla forza bruta. Monaco, in particolare, pur essendo un paradiso fiscale e un simbolo di lusso sfrenato, ha saputo ritagliarsi un ruolo di mediazione culturale non indifferente. La famiglia Grimaldi, che vanta la corona regnante più antica del mondo, ha sempre giocato la carta dell’equilibrio: e l’abbraccio con il Papa di oggi – un papa peraltro agostiniano e di origini spagnole, quindi attento alle questioni mediterranee – sancisce una sorta di benedizione morale a quel modello. Alberto II, 68 anni, affiancato dalla consorte Charlène e dai gemelli Jacques e Gabriella (11 anni), ha accompagnato il pontefice in una breve ma significativa passeggiata per le sale del palazzo, dove tra arazzi e ritratti di antenati spicca ancora il ricordo di Grace Kelly, quella principessa che il bianco non poté indossare.
Charlène e la mantiglia di pizzo: quando l’abito diventa atto politico davanti al Papa
Nel dorato mondo delle teste coronate, un abito non è mai soltanto un pezzo di stoffa, e il 28 marzo ne abbiamo avuto la riprova più elegante. L’ex nuotatrice olimpica sudafricana, che spesso ha dovuto fronteggiare critiche sul proprio rigore istituzionale, ha scelto un total white impeccabile – una lunga gonna e una giacca coordinata – impreziosito da una mantiglia di pizzo nero che le copriva il capo e le spalle, secondo la più autentica tradizione spagnola (e quindi vaticana). L’accostamento non è stato casuale: la mantiglia, simbolo di devozione e pudore, ha conferito al look una sacralità che la semplice mise bianca non avrebbe avuto. E mentre il Papa benediceva i fedeli affacciati alle finestre del palais, Charlène – a differenza di Grace Kelly – ha potuto godere di quel privilegio che per decenni era stato negato alla principessa americana. Non è secondario ricordare che Grace, pur avendo sposato il sovrano regnante, non aveva mai ricevuto il permesso di indossare il bianco in Vaticano: una sottile ma implacabile distinzione dinastica che oggi, con Charlène, sembra essere stata finalmente ricomposta. Chissà se, in qualche modo, la visita di Leone XIV non abbia rappresentato anche un omaggio tardivo a quella figura iconica che fece sognare il mondo, ma che il protocollo volle tenere a distanza.




