Il “privilegio del bianco” concesso a Charlène e negato a Grace Kelly, il vero potere (simbolico) delle mantiglie
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Redazione Esteri
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La prima volta, quella vera, quella che conta agli occhi della storia e del cerimoniale, è datata 1538: fu Papa Paolo III a varcare i confini del Principato. Poi più nulla, per quasi cinque secoli, come se il tempo si fosse fermato davanti alle mura del Palazzo dei Grimaldi. Finché, alla vigilia della domenica delle Palme, Papa Leone XIV – giunto in elicottero direttamente dal Vaticano – non ha rimesso piede su questo lembo di terra di appena due chilometri quadrati, il secondo Stato più piccolo del mondo dopo quello che lui stesso governa. Un evento epocale, insomma, che ha richiamato i monegaschi a frotte per ricevere la benedizione, ma che soprattutto ha messo in scena un meccanismo di potere sottile, viscido e affascinante: il guardaroba.
Il nero dell’obbedienza e il candore del rango
Nel cortile d'onore, sotto il sole che faceva brillare il Mediterraneo, la famiglia reale si è schierata come in una tela del Seicento. Le donne, in riga: tutte in nero, velate, composte. Carolina, Stéphanie, Charlotte Casiraghi e Beatrice Borromeo hanno rispettato il codice ferreo che impone l'abito scuro, le maniche lunghe e la mantiglia. Un'uniforme che non lascia spazio all'individualità, se non in qualche dettaglio sartoriale – come la giacca firmata Chanel indossata dalla Casiraghi o la sobrietà quasi monacale della Borromeo. Eppure, in mezzo a quel mare di pece spiccava una figura eterea, quasi fuori dal tempo: la Principessa Charlene.
L'ex nuotatrice sudafricana ha infatti sfoggiato il cosiddetto "privilège du blanc", una deroga rarissima concessa dal Vaticano solo a poche sovrane cattoliche. Un abito bianco, impalpabile, arricchito da pizzi e da una mantiglia che le incorniciava il volto come fosse una madonna laica. Al suo fianco, la piccola Gabriella di undici anni – che non sa nemmeno cosa significhi la parola protocollo – indossava lo stesso colore, forse più per somiglianza materna che per effettivo diritto, creando un’immagine di rara dolcezza in un contesto di rigidissima formalità.
L’ombra lunga di Grace Kelly e il riconoscimento tardivo
Ma è qui che la cronaca si fa inchiesta, perché la domanda sorge spontanea: perché Charlene sì e Grace Kelly no? La principessa americana, che rimane forse l'icona più luminosa della storia monegasca, non ha mai potuto avvalersi di questo privilegio. Quando incontrò Paolo VI o Giovanni Paolo II, Grace indossò sempre il nero. Non una scelta stilistica, precisa una consuetudine raccolta dalle analisi di protocollo, ma una questione di status: all'epoca, il Vaticano non riconosceva ancora alle consorti dei principi di Monaco questo diritto specifico, riservato storicamente alle regine di Spagna o del Belgio.
Solo nel 2016 – dopo anni di trattative informali e di relazioni diplomatiche consolidate – la Santa Sede ha esteso ufficialmente il privilegio a Charlene. Un gesto che non è solo una cortesia, ma un attestato politico: Monaco è l’ultimo Stato europeo ad avere il cattolicesimo come religione ufficiale, un dettaglio che il Pontefice ha tenuto a sottolineare nei testi della visita, e ricevere la moglie del sovrano in bianco è un modo per sancire un’alleanza indissolubile. Grace Kelly, insomma, fu principessa per matrimonio e stella di Hollywood, ma non ebbe mai quel "pass" diplomatico. Charlene, invece, lo ha ricevuto, e lo ha sfoggiato con la consapevolezza di chi sa che un abito, davanti al Papa, non è mai solo un abito.
Il della diplomazia
Se si analizzano le immagini di quella mattina del 28 marzo, viene da pensare che la moda, in questi contesti, sia la grammatica del potere. Mentre Alberto parlava in inglese perfetto con il Pontefice, scherzando sui tre minuti di ritardo -1, le donne comunicavano attraverso i tessuti. Charlene ha scelto la via della purezza assoluta, un look che richiamava quasi un abito da sposa -6, mentre le cognate in nero rappresentavano la tradizione, la pesantezza del dovere, la rinuncia all’orgoglio mondano in nome della fede. Una contrapposizione visiva che racconta due modi diversi di essere "royal" oggi: da una parte il rango acquisito che ti permette di distinguerti (il bianco), dall'altra l'umiltà imposta dalla genealogia (il nero). E poi c'era Pierre Casiraghi, in prima linea accanto a Beatrice, a guardare quel Papa che forse non avrebbe mai immaginato di benedire i marinai del Grand Prix o i giocatori del Louis II. La storia, si sa, si scrive anche con le passamanerie.




