Il caffè e il tè allontanano la demenza, lo studio americano che ha seguito 130mila persone per oltre quarant’anni
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Redazione Salute
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Non è soltanto una questione di rito quotidiano, di quella pausa che scandisce la mattinata o del profumo che invade la stanza prima ancora di aprire gli occhi. Il consumo moderato di caffè – e anche di tè – sembra incidere in modo misurabile sulla salute del cervello, tanto da ridurre il rischio di declino cognitivo e di demenza. A certificarlo, con una mole di dati che non ha precedenti per ampiezza e durata, è una ricerca condotta dal Mass General Brigham Hospital di Boston in collaborazione con l’università di Harvard, i cui esiti sono stati pubblicati nelle scorse ore su JAMA -2-6.
I ricercatori hanno analizzato le abitudini alimentari e lo stato cognitivo di 131.821 persone, attinte da due storici studi longitudinali americani, il Nurses’ Health Study e l’Health Professionals Follow-up Study. Il lavoro ha coperto un arco temporale che in alcuni casi ha raggiunto i quarantatré anni, consentendo di incrociare i dati relativi alla dieta – rilevati a cadenza periodica – con le valutazioni del declino cognitivo, sia nella sua percezione soggettiva sia attraverso test oggettivi sulla memoria e sulle funzioni esecutive. Dei 131mila partecipanti, poco più di undicimila hanno sviluppato una qualche forma di demenza nel corso del periodo monitorato -6.
L’effetto protettivo e il ruolo della caffeina
Chi ha consumato due o tre tazzine di caffè al giorno – o in alternativa una o due tazze di tè – ha mostrato un’incidenza di demenza significativamente inferiore rispetto a chi quelle bevande le ha assunte raramente o mai. I dati parlano di una riduzione del rischio che raggiunge il 28-37 per cento nei consumatori abituali, con una sostanziale uniformità tra uomini e donne -1-6. Ma il dettaglio che forse più colpisce, e che gli autori sottolineano con cautela, è la specificità della caffeina quale agente attivo: lo stesso beneficio non è stato infatti osservato in chi consumava caffè decaffeinato, il che induce a ritenere che l’alcaloide – e non altri componenti della bevanda – giochi un ruolo determinante nei meccanismi di neuroprotezione -6.
Contrariamente ad alcune ipotesi precedenti che suggerivano una soglia oltre la quale la caffeina potesse risultare dannosa, la ricerca ha anzi rilevato una protezione significativa anche a dosaggi più elevati: chi arrivava fino a cinque tazzine al giorno presentava comunque un rischio inferiore del 18 per cento rispetto ai non bevitori, senza che emergessero gli effetti paradossi segnalati in altri studi -2-6.
I meccanismi biologici e le evidenze incrociate
Sul piano dei meccanismi fisiologici, l’analisi condotta sui biomarcatori infiammatori circolanti ha offerto alcune indicazioni. La relazione tra consumo di caffè e riduzione del rischio di demenza sarebbe parzialmente mediata da una serie di proteine e molecole coinvolte nei processi infiammatori, tra cui l’interleuchina-10, la proteina C-reattiva e il fattore di necrosi tumorale solubile -1. Una quota consistente dell’effetto protettivo – quasi il trenta per cento – passa infatti attraverso la modulazione di questi marcatori, il che rafforza l’ipotesi che l’infiammazione sistemica rappresenti uno dei vettori attraverso cui la caffeina esercita la sua azione sul sistema nervoso centrale.
A risultati coerenti sono giunti anche studi condotti su altre popolazioni, sebbene con metodologie differenti. Una ricerca giapponese pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease ha seguito per vent’anni oltre mille soggetti di mezza età, rilevando come il consumo moderato di tè verde – due o tre tazze al giorno – si associasse a una riduzione del 44 per cento del rischio di declino cognitivo, con un effetto particolarmente marcato negli uomini -3-9. Analogamente, un’analisi condotta nel Regno Unito sui dati della biobanca nazionale ha mostrato che la sostituzione anche di una sola bevanda zuccherata con una tazza di caffè o di tè abbassa significativamente la probabilità di sviluppare demenza, e tale beneficio risulta amplificato nei soggetti ipertesi, obesi o con dislipidemie -5-7.
La complessità dell’interpretazione e la cautela degli autori
Sarebbe tuttavia fuorviante leggere questi esiti come una prescrizione o peggio ancora come una certezza terapeutica. Gli stessi epidemiologi di Harvard – e in particolare Yu Zhang, primo firmatario del lavoro – mettono in guardia da qualsiasi semplificazione: si tratta di studi osservazionali, non sperimentali, e come tali in grado di rilevare associazioni ma non di dimostrare rapporti causali diretti -2. I dati raccolti hanno valore statistico, certo, ma non possono essere equiparati a quelli di un trial clinico randomizzato, e l’entità dell’effetto – pur non trascurabile – resta modesta se rapportata ad altri fattori di protezione cognitiva come l’esercizio fisico o il controllo della pressione arteriosa -6.
C’è poi un altro versante, spesso rimosso dalla retorica salutistica attorno al caffè, che riguarda i possibili effetti avversi di un consumo prolungato o eccessivo. Una revisione apparsa sull’International Journal of Environmental Research and Public Health ha richiamato l’attenzione sul rischio, sottovalutato in particolare nella popolazione anziana, di sviluppare una vera e propria dipendenza da caffeina, con sintomi d’astinenza – cefalea, irritabilità, fatigue – facilmente confondibili con i normali segni dell’invecchiamento -4-10. La maggiore emivita della sostanza nell’organismo degli over 65, unita a una mutata sensibilità recettoriale, rende questa fascia demografica particolarmente esposta a disturbi del sonno e dell’umore, che a loro volta possono interferire negativamente con le prestazioni cognitive.
Una finestra sui meccanismi infiammatori
La ricerca del Mass General Brigham si inserisce dunque in un panorama scientifico già ricco di segnali, ma lo fa con una potenza statistica e una profondità temporale che pochi altri studi possono vantare. Il fatto che l’associazione sia stata riscontrata su due coorti indipendenti e con strumenti di valutazione differenziati – dalle dichiarazioni dei partecipanti ai test neuropsicologici veri e propri – aggiunge consistenza all’ipotesi che la caffeina, e forse altri polifenoli presenti nelle bevande, possano interferire con i processi infiammatori che sostengono la neurodegenerazione. Resta da chiarire perché il caffè agisca in modo trasversale sull’intera popolazione studiata mentre il tè abbia mostrato effetti più discontinui a seconda dei campioni esaminati -1-3. Una discrepanza, questa, che gli autori non risolvono e che suggerisce come il percorso di conoscenza sia ancora lungi dall’essere completato.
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