Il "test del carrello" nei Pam: trappola per cassieri o legittimo controllo?

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si infittisce, nei supermercati a insegna Pam Panorama, la casistica di dipendenti colpiti da provvedimenti disciplinari – sospensioni o, in casi più gravi, licenziamenti – a seguito del cosiddetto "test del carrello". Una pratica, questa, che l'azienda definisce parte integrante delle sue verifiche antifrode, mentre le organizzazioni sindacali la dipingono senza mezzi termini come una "trappola" orchestrata ai danni del personale. Il meccanismo, tecnicamente noto come "mystery client", prevede l'azione di un ispettore camuffato da normale acquirente, il quale presenta alla cassa un carrello contenente articoli volutamente occultati all'interno di confezioni più grandi, spesso di piccole dimensioni e di valore non elevato, come un mascara nascosto in una rete di castagne.

Una procedura che scatena polemiche

La dinamica, apparentemente semplice, diviene il pretesto per contestazioni formali quando il cassiere, preso dalla frenesia del lavoro o distratto dalla normale procedura di scansione, non si accorge dell'oggetto nascosto. A quel punto, l'azienda procede con un richiamo scritto, che può sfociare, a seconda delle valutazioni interne e della storia pregressa del lavoratore, in sanzioni pesanti. L'ultimo episodio, denunciato dalla Filcams-Cgil, riguarda una dipendente del punto vendita di Fornacette, in provincia di Pisa, una cassiera con un'esperienza trentennale alle spalle, alla quale è stato comminato un periodo di sospensione dal lavoro e dallo stipendio di dieci giorni proprio per non aver superato il suddetto test. Un provvedimento che, stando alle ricostruzioni sindacali, giunge dopo altri casi analoghi registrati tra le province di Siena e Livorno, alcuni dei quali conclusisi addirittura con il recesso dal rapporto di lavoro.

Le ragioni di un conflitto aperto

La Pam Panorama, dal canto suo, replica alle accuse difendendo la piena legittimità di tali controlli, presentati come necessari a garanzia della correttezza operativa e della tutela del patrimonio aziendale. Tuttavia, i sindacati mettono in luce come questa modalità di verifica appaia strutturata in modo da rendere estremamente probabile l'errore da parte dell'operatore, trasformando un compito di vigilanza in una sorta di esame insidioso. Sottolineano, tra l'altro, come la pratica si inserisca in un clima già teso, segnato da recenti chiusure di esercizi e riduzioni di personale, come accaduto nel negozio situato all'interno del centro commerciale I Gigli. La Cgil parla, senza usare giri di parole, di una "campagna d'attacco" sistematica, tesa a creare un clima di pressione e insicurezza tra i dipendenti, e denuncia una "deriva autoritaria" nei metodi di gestione del personale.

Le implicazioni di un metodo contestato

Al di là delle posizioni contrapposte, il proliferare di questi episodi solleva interrogativi non marginali sulle modalità di esercizio del potere disciplinare. L'oggetto della contestazione, spesso di valore irrisorio, stride con la durezza della sanzione applicata, che per un lavoratore dipendente significa la perdita immediata della retribuzione, con tutto ciò che ne consegue sul piano economico e della stabilità personale. La discrepanza tra l'entità del presunto illecito e la penalità comminata alimenta il sospetto, nelle rappresentanze dei lavoratori, che lo strumento del "test del carrello" venga utilizzato meno per perseguire reali frodi e più per tenere sotto scacco il personale, testandone la resistenza in un contesto già di per sé logorante. La vicenda della cassiera di Fornacette, con i suoi trentasei anni di servizio, emblematicamente dimostra come l'anzianità e l'esperienza maturata non costituiscano alcuno scudo contro questo tipo di procedimenti, anzi, sembrano a volte renderne ancora più amaro l'esito.

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