Napoli, chiesto il processo per i genitori del tredicenne dopo la morte di Chiara Jaconis ai Quartieri Spagnoli
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Sono trascorsi quasi due anni da quel pomeriggio domenicale del 15 settembre 2024, quando la trentenne padovana Chiara Jaconis, in vacanza con il compagno, venne colpita alla testa da una statuina precipitata da un balcone mentre passeggiava tra via Sant'Anna di Palazzo e via Santa Teresella degli Spagnoli, nel cuore dei Quartieri Spagnoli. E proprio in questi giorni, a distanza di tutto questo tempo, la Procura della Repubblica di Napoli ha formalmente chiesto il rinvio a giudizio per i genitori del ragazzino – all’epoca dei fatti tredicenne – che avrebbe materialmente lanciato l’oggetto, un pesante manufatto in onice del peso di circa due chili raffigurante probabilmente un faraone o un simbolo egizio, come si legge sulle prime ricostruzioni investigative.
L’accusa di omicidio colposo in concorso e la posizione del minore
L’ipotesi di reato formulata dai magistrati partenopei – che hanno coordinato le indagini insieme alla Procura per i minorenni – è quella di omicidio colposo in concorso, contestata ai due coniugi per non aver, sostanzialmente, vigilato a dovere sul comportamento del figlio. Va ricordato, a questo proposito, che il Tribunale per i minorenni ha già prosciolto il ragazzo alcuni mesi fa, nello specifico lo scorso febbraio, dichiarando il “non luogo a procedere” perché l’indagato, avendo meno di quattordici anni al momento del gesto, è considerato dalla legge italiana non imputabile per difetto della capacità di intendere e di volere. Una soluzione, questa, che non ha però chiuso definitivamente il caso, aprendo anzi la strada alla responsabilità diretta degli adulti che convivevano con il minore.
La mancata vigilanza e i precedenti del ragazzo
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato da testate come Il Mattino e Il Gazzettino, il tredicenne avrebbe avuto, almeno stando ad alcune testimonianze raccolte nel vicinato, l’abitudine di lanciare oggetti dal balcone di casa: si parlerebbe, in passato, di mollette, un telecomando e persino un tablet. Un comportamento pericoloso che i genitori, secondo l’accusa, avrebbero dovuto conoscere e che avrebbe dovuto indurli a rafforzare le serrature o a inibire del tutto l’accesso al terrazzo, cosa che invece – sempre a parere della Procura – non sarebbe stata fatta in maniera efficace. Ecco perché, a distanza di mesi, è arrivata la richiesta di processo per la coppia, con l’udienza preliminare già fissata per il prossimo 26 giugno dinanzi al gup del Tribunale di Napoli.
La strategia difensiva: “Noi estranei, quella statuina non è nostra”
Dall’altra parte, naturalmente, la difesa dei due coniugi – assistiti dall’avvocato penalista Carlo Bianco – ha sempre respinto con decisione ogni addebito, dichiarandosi completamente estranea alla vicenda e contestando la ricostruzione fornita dalla polizia giudiziaria. I genitori, che sarebbero due professionisti con un altro figlio minorenne, negano innanzitutto che la statuetta omicida fosse di loro proprietà, arrivando a presentare – come si legge in alcuni resoconti – una perizia balistica per escludere che i frammenti siano effettivamente caduti dal loro balcone. Ma c’è di più: la coppia ha impugnato anche il provvedimento di proscioglimento del figlio, chiedendo che venga scagionato nel merito della vicenda e non soltanto per un limite anagrafico legato ai quattordici anni, nella convinzione profonda che il ragazzo non c’entri nulla con la morte della turista.




