Il “momento più brutto” di Billy Costacurta: il tso del figlio Achille e quel “sembrava indiavolato”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è sempre tenuto ai margini, l’ex difensore, quando il racconto invadeva il campo delle faccende private. Alessandro «Billy» Costacurta, notoriamente restio a svelare le crepe dell’armatura familiare, ha invece scelto il podcast “One More Time” di Luca Casadei – lo stesso, vale la pena ricordarlo, in cui pochi mesi prima si era messo a nudo il figlio Achille – per descrivere quello che definisce senza mezzi termini l’episodio più doloroso della sua esistenza di padre. E l’ha fatto con una crudezza che travolge qualsiasi retorica sportiva. Non c’è traccia, nelle sue parole, del difensore granitico che ha scritto pagine di storia del Milan; c’è invece un uomo che ammette di essersi sentito completamente disarmato di fronte alla furia psicotica del figlio, ridotto alla necessità di una sedazione farmaceutica per placare una crisi che rendeva il ragazzo irriconoscibile.

«Non ce la facevo a vederlo là»: il peso di un trattamento sanitario obbligatorio

La narrazione di Costacurta padre si concentra con angosciante precisione sui minuti dello strappo. “Chi ha fatto il Tso sa di che cosa parlo – ha dichiarato nel corso dell’intervista – è un momento pazzesco, uno dei più brutti per un genitore”. Il momento cui si riferisce è il primo dei sette trattamenti sanitari obbligatori subiti da Achille in adolescenza, quando lo stato di agitazione dell’allora minorenne raggiunse livelli talmente ingestibili da richiedere l’intervento di una puntura calmante. “Sembrava indiavolato”, ha aggiunto Costacurta, sottolineando come l’ospedale sia diventato il teatro di una sofferenza inaudita che ha messo a dura prova le fondamenta stesse della coppia. Se da un lato l’ex calciatore ha trovato il coraggio di ammettere la propria resa – “Ogni tanto dicevo a Martina: ‘Io non ce la faccio. Perdonami, non riesco a entrare in ospedale e vederlo là’” – dall’altro ha indicato nella moglie, Martina Colombari, una forza insospettabile: “Lei ogni giorno entrava nei momenti più difficili. Io ogni tanto non riuscivo a vederlo”.

L’altra faccia della crisi: sette Tso, il metadone e la diagnosi arrivata tardi

La prospettiva del padre fa da contrappunto a quella, già nota, del figlio. Achille Costacurta, che oggi racconta un’esistenza lontana dalle sostanze, ha ripercorso in quella stessa sede podcast il fondo dell’abisso toccato anni prima. Non è un mistero che la sua adolescenza sia stata un susseguirsi di escalation: l’uso precoce di droghe, iniziato a tredici anni fino a sperimentazioni con la mescalina, le colluttazioni con le forze dell’ordine e l’arresto per spaccio a soli quindici anni e mezzo. Proprio durante un periodo di detenzione in una comunità terapeutica, il ragazzo tentò il suicidio ingerendo sette boccette di metadone – un quantitativo che, come ebbe a dichiarare lo stesso Achille, lasciò i medici increduli per il semplice fatto che fosse sopravvissuto. Il filo rosso che lega questi drammi, emerso solo in seguito, è una diagnosi tardiva di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività), quella che ha permesso alla famiglia di rileggere il passato e, grazie anche a corsi genitoriali specifici, di ricostruire un dialogo prima impossibile.

La forza silenziosa di Martina Colombari e le lacrime di un padre

A dare consistenza umana a questa vicenda giudiziaria e clinica è l’ammissione di fragilità da parte di chi, nella vita, ha sempre rappresentato l’autorità e la disciplina. La confessione di Costacurta scava nel paradosso emotivo di chi, abituato a vincere, si è trovato a perdere il controllo sulla salute del figlio. È emerso, dalle sue parole, il ritratto di una divisione dei ruoli dettata dall’emergenza: da un lato la madre che entra ogni giorno in ospedale, dall’altro il padre che fugge, accecato dal dolore, non riuscendo a sostenere lo sguardo sul ragazzo “legato al letto”. Achille, da parte sua, ha in passato restituito l’altra faccia di quella sofferenza, raccontando di aver visto il padre piangere una volta soltanto: proprio quando, dopo un trattamento farmacologico che gli aveva annullato le emozioni, il ragazzo implorava di poter ricorrere all’eutanasia. Un dettaglio, quest’ultimo, che restituisce la misura di quanto la patologia mentale possa capovolgere le gerarchie familiari, costringendo i genitori a confrontarsi con paure che nessun rigore calcistico avrebbe mai potuto insegnare a parare.

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