Achille Costacurta, il racconto a Verissimo: le droghe, i sette Tso e la diagnosi che ha cambiato tutto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Achille Costacurta, che oggi ha ventuno anni, ha deciso di rompere il silenzio raccontando, senza alcun filtro, gli anni bui di un’adolescenza trascorsa tra rabbia, abuso di sostanze e un doloroso tentativo di suicidio. Figlio unico di due personaggi noti al grande pubblico, Martina Colombari e Billy Costacurta, il giovane ha scelto il salotto di Verissimo e di Silvia Toffanin per affrontare pubblicamente un percorso tortuoso, segnato da sette Trattamenti Sanitari Obbligatori e da una detenzione, episodi già emersi in una precedente puntata del podcast One More Time. «Cercavo di curare i miei traumi con le droghe», ha spiegato, delineando il quadro di una dipendenza che era solo il sintomo superficiale di un malessere più profondo e a lungo incompreso.
La lite con un vigile e la partecipazione a Pechino Express
Prima di questa confessione pubblica, il nome di Achille era balzato alle cronache, non per vicende legate alla famiglia, ma per episodi di cronaca nera e per la partecipazione al reality Pechino Express, dove era apparso accanto alla madre. Un percorso mediatico che, però, nascondeva le reali difficoltà di quegli anni, culminate anche in un alterco con un vigile urbano, fatto di cronaca che contribuì a dipingere l’immagine di un giovane in evidente conflitto con le regole e con se stesso.
La luce dopo anni di psichiatri e la diagnosi di Adhd
Il punto di svolta, come ha riferito lo stesso Achille, è arrivato solo dopo un lungo peregrinare tra specialisti. «Ho incontrato tanti psichiatri negli anni: lì ho visto la luce», ha affermato, sottolineando come quel confronto ripetuto con la psichiatria abbia finalmente portato a una diagnosi tardiva ma fondamentale, quella del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (Adhd). Una consapevolezza clinica che ha permesso di reinterpretare tutti i comportamenti passati, dalla rabbia incontrollata all’automedicazione attraverso le sostanze, gettando le basi per un percorso di cura finalmente mirato.
La lenta risalita e il rapporto ritrovato con la famiglia
Quella diagnosi, arrivata quando il peggio sembrava ormai alle spalle, ha rappresentato l’inizio di una rinascita faticosa ma reale. Achille ha descritto questo processo come una «lenta risalita», un lavoro quotidiano su se stesso che gli ha consentito non solo di recuperare un equilibrio personale, ma anche di ricucire quel rapporto con i genitori che gli anni della sofferenza avevano irrimediabilmente logorato. Oggi, pur riconoscendo che certe ferite emotive «fanno ancora male», guarda al futuro con una prospettiva nuova, costruita sulla comprensione delle proprie fragilità.




