Achille Costacurta, la caduta e la rinascita raccontate a Verissimo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nella tranquilla domenica pomeriggio del 7 dicembre, davanti alle telecamere di Verissimo, Achille Costacurta ha scelto di ripercorrere, senza cercare alibi né indulgenze, un cammino personale segnato da un profondo disagio. Il ventunenne figlio di Alessandro Costacurta e Martina Colombari ha narrato, con una pacatezza che non nasconde le ferite, come la sua dipendenza dalle sostanze stupefacenti sia iniziata precocemente, "in prima liceo fumando le canne", per poi evolversi, nel corso dell'adolescenza, in un vero e proprio tunnel. Un percorso che, come egli stesso ha spiegato, l'ha condotto attraverso sette trattamenti sanitari obbligatori, segno tangibile di una sofferenza psichica acuta e ricorrente che la famiglia non è riuscita a gestire in altro modo. Quei provvedimenti, sebbene necessari, rappresentano infatti gli snodi drammatici di una crisi che sembrava inarrestabile, culminata in un gesto estremo di disperazione: il tentativo di suicidio mediante assunzione di metadone, del quale Costacurta ha parlato con un pudore che non sminuisce la gravità dell'accaduto.

La detenzione e il punto di svolta

Il racconto, articolato e complesso, non ha tralasciato neppure l'esperienza della detenzione presso un istituto penale minorile, tassello cruciale di un periodo in cui ogni struttura, che fosse terapeutica o coercitiva, sembrava incapace di offrire una chiave di volta. La svolta, come spesso accade in simili vicende, è giunta da un cambio di prospettiva e di luogo: il giovane ha infatti indicato in una clinica svizzera il luogo dove, finalmente, gli è stata offerta un'interpretazione diversa del suo malessere. "Mi hanno spiegato che volevo curare i miei traumi con la droga", ha riferito, sottolineando come quell'approccio abbia scavato oltre il sintomo della dipendenza per indagare le cause profonde del suo comportamento autodistruttivo. Una presa in carico che, a suo dire, si è rivelata decisiva, tanto da definirla senza esitazione come l'intervento che "mi ha salvato la vita", attribuendo a quei professionisti il merito di essere "gli unici a trovare una soluzione".

Il presente e la nuova prospettiva

Oggi, Achille Costacurta afferma con fermezza di non fare più uso di sostanze stupefacenti, dichiarando chiusa la fase più buia della sua esistenza. La sua testimonianza, al di là del valore umano, getta una luce cruda su un fenomeno che attraversa, spesso in silenzio, molte realtà familiari, mostrando come il confine tra devianza giovanile e patologia psichica possa essere labile e difficile da decifrare. La sua storia, per quanto personale e unica, riflette una dinamica purtroppo comune, in cui il ricorso a misure estreme come il Tso segnala non solo la gravità della situazione ma anche la difficoltà di un sistema, quello familiare e sanitario, nell'intercettare precocemente il disagio e nell'individuare percorsi di cura realmente efficaci e personalizzati.

Il significato di una testimonianza pubblica

La decisione di esporsi nuovamente in televisione, dopo altre occasioni passate, assume il valore di un atto preciso: non è una mera confessione ma l'assunzione pubblica di un percorso di responsabilità. Rivelando dettagli intimi e dolorosi, come il legame con la madre Martina Colombari o il vuoto che cercava di colmare, Costacurta compie un'operazione di senso sulla propria esperienza, trasformando una narrazione privata di fallimenti e sofferenze in un possibile monito, o forse in un segnale di speranza, per altri che si dibattono in lotte simili. La sua parola, depurata dalla retorica della redenzione facile, resta ancorata ai fatti: una dipendenza progressiva, istituzionalizzazioni ripetute, un gesto disperato e, infine, un trattamento che ha offerto una diversa comprensione di sé. Il resto, cioè il futuro, resta una pagina tutta da scrivere, ma almeno ora, come lascia intendere, con una consapevolezza diversa e gli strumenti per farlo.

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