L’ombra della frattura nel ghiaccio azzurro: Sighel prova a ricucire lo strappo con Fontana dopo le sue dichiarazioni

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La scenografia era quella, perfetta e luccicante, del palazzetto di Assago, il copione sembrava scritto per l’apoteosi di una nazionale unita e il pubblico italiano sognava ad occhi aperti dopo l’oro nella staffetta mista. E invece, a distanza di poche ore da quel trionfo collettivo che aveva visto Arianna Fontana e Pietro Sighel incollati sul gradino più alto del podio, il clima sereno si è improvvisamente annuvolato. È stato lo stesso Sighel, in un’intervista rilasciata a Repubblica, a innescare la miccia di una polemica che riporta a galla vecchie ruggini e dinamiche interne mai del tutto sopite, gettando un’ombra sulla convivenza nel gruppo azzurro dello short track. Le sue parole, pronunciate con la schiettezza che lo contraddistingue ma che in questo caso ha rasato la provocazione, hanno avuto il tono di una doccia fredda: “Arianna Fontana? Ma chi la conosce”, l’esordio che ha fatto sobbalzare gli appassionati, quasi a voler cancellare con un colpo di spugna i vent’anni di carriera della campionissima valtellinese. Un’uscita, la sua, motivata con la distanza che la fuoriclasse ha mantenuto dalla squadra, visto che da otto anni si allena stabilmente negli Stati Uniti seguita dal marito-allenatore Anthony Lobello, una scelta personale che Sighel ha interpretato come un allontanamento volontario dal gruppo tricolore. “Di sicuro con lei non siamo una squadra, se non per i due minuti e mezzo in pista”, ha aggiunto, e poi una stoccata alle colleghe donne: “Quelle davvero brave sono le nostre ragazze, che hanno saputo fare squadra e crescere anche senza di lei”. Dichiarazioni pesanti, che hanno il sapore di una crepa che si allarga proprio nel momento in cui l’immagine della squadra avrebbe dovuto essere quella di un blocco granitico.

La replica gelida di Fontana e il fantasma del 2019

La risposta di Arianna Fontana non si è fatta attendere ed è arrivata nel pomeriggio, durante il suo passaggio a Casa Italia, il giorno dopo aver eguagliato il leggendario record di Edoardo Mangiarotti con la sua tredicesima medaglia olimpica, un argento nei 500 metri che impreziosisce ulteriormente una bacheca già straordinaria. Con la freddezza di chi ha imparato a gestire pressioni e tensioni in tre lustri di carriera ai massimi livelli, Fontana ha liquidato la questione con poche, taglienti parole: “Ho letto le dichiarazioni di Pietro Sighel: non meritano neppure una risposta e la mia attenzione”. Una chiusura secca, accompagnata da una precisazione che suona come una messa in discussione delle fondamenta stesse delle critiche ricevute: “Se non avessi voluto far parte della squadra – ha spiegato – non mi sarebbe interessato rimanere a Bormio e allenarmi con loro in vista delle staffette. Me ne sarei restata all’estero”. Un concetto, questo, che ribalta la prospettiva, rivendicando una scelta di campo precisa e di sacrificio. Il suo intervento ha riportato inevitabilmente alla memoria le tensioni che da anni segnano il rapporto tra la fuoriclasse e una parte della Federghiaccio, tensioni culminate nel 2023 quando la stessa Fontana raccontò pubblicamente di essere stata fatta cadere volontariamente in allenamento nel 2019 da due pattinatori, Andrea Cassinelli e Tommaso Dotti, poi assolti nel 2024 dal tribunale federale. Un passato ingombrante che riemerge ciclicamente e che rende ogni scintilla più pericolosa.

La ritirata di Sighel: un chiarimento tra i denti

Dopo la replica pubblica di Fontana, che ha lasciato intendere quanto il fossato possa essere profondo, Pietro Sighel ha tentato una complessa e forse tardiva operazione di chiarimento, affidandosi ai canali social e ad alcune agenzie per ridimensionare la portata delle sue affermazioni e spegnere sul nascere quelle che rischiavano di diventare le polemiche olimpiche per eccellenza. “Non volevo mancare di rispetto a nessuno”, ha premesso il pattinatore trentino, cercando di riformulare il concetto originario e di incorniciarlo in un’analisi tecnica piuttosto che personale. “Quando ho detto che il gruppo è cresciuto ‘senza Arianna’ – ha argomentato – mi riferivo al fatto che per anni si è allenata all’estero e che il tempo trascorso con la squadra è stato limitato. Non intendevo sminuire nessuno e neppure si è trattato di un attacco personale”. Un tentativo, il suo, di arrampicarsi sugli specchi lessicali per ricondurre il tutto a un fraintendimento, a una sottolineatura sbilanciata della distanza fisica e dei differenti percorsi di avvicinamento all’appuntamento a cinque cerchi. Sighel ha poi speso parole di elogio per la compagna di squadra, riconoscendone il valore assoluto e il peso specifico nella storia dello sport italiano: “È una campionessa e ha fatto la storia dello short track – ha ammesso –. L’ha dimostrato ancora ieri con la tredicesima medaglia olimpica. Quando uno raggiunge questi traguardi, si applaude”.

Professionisti in pista, lontani fuori: la convivenza forzata

Nelle sue parole di chiarimento, Pietro Sighel ha cercato di tracciare un confine netto tra ciò che accade sul ghiaccio e le dinamiche personali che regolano i rapporti umani all’interno di una squadra, peraltro composta da individualità forti e caratteri spigolosi. “In pista siamo professionisti – ha scandito – fuori ognuno fa il suo percorso e quando si gareggia per l’Italia, si è tutti dalla stessa parte”. Un concetto che se da un lato prova a normalizzare la situazione, dall’altro conferma implicitamente la distanza che intercorre tra il fronte unito che sale sul podio e la realtà degli spogliatoi. La precisazione arriva in un momento cruciale per la spedizione azzurra, con il programma olimpico che prosegue e che vedrà Fontana impegnata nelle qualificazioni dei 1000 metri e nella semifinale della staffetta femminile, mentre Sighel, reduce dalla squalifica nei 1000 metri, è atteso da altre gare. Il tentativo di mettere una pietra sopra alla polemica è evidente, ma la sensazione è che le scorie di questo botta e risposta, nato da un’intervista rilasciata a caldo dopo l’oro e alimentato da un passato di incomprensioni, resteranno sullo sfondo dei prossimi impegni. “Siamo professionisti”, ha ribadito Sighel, e come tali dovranno tornare a condividere il ghiaccio e la responsabilità di rappresentare un Paese, nonostante i due minuti e mezzo in pista siano, per loro stessa ammissione, l’unico vero terreno di incontro.

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