Il quarto anniversario dell’invasione, tra la solidarietà europea a Kiev e il doppio veto dell’Ungheria
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Redazione Interno
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Il 24 febbraio 2026, a quattro anni esatti dall’inizio dell’invasione su vasta scala scatenata dalla Russia, l’Ucraina riceve la visita dei massimi vertici istituzionali dell’Unione Europea, segno tangibile di una vicinanza che, però, sul piano concreto degli aiuti immediati si scontra con una crepa profonda all’interno del blocco comunitario. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sono arrivati nella capitale ucraina dopo il consueto viaggio notturno in treno, un viaggio che ormai da quattro anni simboleggia il collegamento diretto tra Bruxelles e un paese in guerra. Von der Leyen, come ha ricordato lei stessa sui suoi canali social, è qui per la decima volta dall’inizio del conflitto, e il suo messaggio, così come quello di Costa, intende ribadire che l’Europa non abbandonerà Kiev, sostenendola finanziariamente, militarmente e durante l’ennesimo inverno di bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche -2-4. La loro agenda prevede una cerimonia commemorativa, la visita a un impianto energetico danneggiato dai raid e un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in una giornata che, nelle intenzioni, doveva essere di unità e sostegno.
Tuttavia, l’atmosfera di solidarietà che avvolge le celebrazioni ufficiali è offuscata da una spaccatura politica che arriva dritta dal cuore dell’Unione. Alla vigilia dell’anniversario, l’Ungheria di Viktor Orbán ha infatti posto il veto su due provvedimenti cruciali: il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e un prestito da 90 miliardi di euro destinato a sostenere il bilancio e lo sforzo bellico ucraino per il biennio 2026-2027 -1-3. Una mossa a tenaglia che lascia i leader europei a Kiev con le mani sostanzialmente vuote, privi di nuovi annunci concreti da contrapporre alla macchina da guerra russa. Il pretesto addotto da Budapest, sostenuta in parte anche dalla Slovacchia, riguarda il mancato ripristino dei flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, il cui transito è stato interrotto a causa di danni bellici; il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, è stato esplicito nel collegare il via libera alle misure europee alla ripresa delle forniture, accusando Kiev di rallentare le riparazioni -3-8.
Lo scontro tra Bruxelles e Budapest è dunque esploso in piena regola, costringendo l’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, a prendere atto pubblicamente di quella che ha definito una "battuta d’arresto" e un "inciampo" -8. La reazione del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, non si è fatta attendere: in una lettera inviata a Orbán, dai toni insolitamente secchi e privi di formalismi, Costa ha richiamato il premier ungherese al rispetto delle decisioni prese collegialmente dal Consiglio europeo lo scorso dicembre, sottolineando come nessuno Stato membro possa minare la credibilità degli accordi comuni e mettendo in discussione il principio di leale cooperazione -3. Un monito che cade in un momento politico delicatissimo per lo stesso Orbán, con il paese prossimo alle elezioni del 12 aprile e il suo futuro politico appeso a un voto dal risultato tutt'altro che scontato.




