Bruno Vespa e i trent'anni di "Porta a Porta": tra celebrazioni, critiche e una nuova sfida per l'informazione

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il compleanno di "Porta a Porta", che ha segnato tre decenni di presenza nel palinsesto Rai, si è trasformato, inevitabilmente, in un'occasione per riflettere sul peso che il programma di Bruno Vespa ha avuto nel plasmare il discorso pubblico italiano. Mentre i festeggiamenti in studio procedevano, con i consueti aneddoti e i riconoscimenti più o meno formali, la discussione si è spostata ben oltre i confini del piccolo schermo, toccando nodi cruciali che riguardano il ruolo del giornalismo nell'era digitale. Non sono mancati, com'era prevedibile, gli episodi di cronaca nera che hanno trovato spazio nelle inchieste del programma, trattati con un'impostazione spesso orientata agli sviluppi giudiziari, evitando di scivolare nella spettacolarizzazione del delitto ma concentrandosi sulle indagini e sulle loro intricate evoluzioni.

La controinformazione ai tempi del web e il monito di Antonio Ricci

Proprio in merito alla complessità dell'ecosistema mediatico odierno, l'ideatore di "Striscia la Notizia", Antonio Ricci, ha offerto una riflessione tagliente, rispondendo a una domanda sulla controinformazione. «La controinformazione oggi la fa il web?», si è chiesto, per poi sottolineare come il vero nodo critico risieda nelle fake news. «Il problema è che non puoi metterti a contraddirle perché entri nell'impasto venefico delle notizie tarocche», ha affermato, individuando il paradosso di un'informazione che, per essere tale, richiede sempre uno sforzo attivo da parte di chi la riceve. Qualsiasi notizia, ha ricordato Ricci, implica un impegno cognitivo: bisogna ragionarci sopra, smontarne i meccanismi e arrivare a discernere, con le proprie forze, ciò che è veritiero da ciò che costituisce invece un inganno.

Il "terzo braccio del Parlamento" e l'erosione delle istituzioni

La ricognizione critica del programma, al di là dei toni celebrativi, non può prescindere da una valutazione del suo impatto politico e istituzionale. Come ebbe a definirlo un protagonista della Prima Repubblica, "Porta a Porta" è stato spesso considerato il «terzo braccio del Parlamento», una metafora che racchiude una trasformazione epocale. Da quando, infatti, le grandi questioni nazionali hanno cominciato a essere dibattute prioritariamente negli studi televisivi, si è assistito a una progressiva erosione del ruolo dell'aula parlamentare, il cui peso nel dibattito pubblico è andato via via ridimensionandosi. Il programma, con i suoi lunghi monologhi, i plastici esplicativi e le interviste serrate, ha finito per diventare un'agorà sostitutiva, dove si sono decise sorti politiche e si sono costruite narrazioni destinate a durare nel tempo, dagli accordi sottobanco alle cene a base di risotto che sono entrate nell'immaginario collettivo.

Gaffe tecniche, ascolti e l'eredità di un format

La stessa serata del trentennale, però, non è stata esente da intoppi, a dimostrazione di come persino i rituali più collaudati possano riservare sorprese. Un passaggio dell'intervista a Giuseppe Conte, caratterizzato da una certa stranezza tecnica – un'audio che sembrava non perfettamente sincronizzato – ha suscitato perplessità tra gli spettatori più attenti, costringendo poi i suoi collaboratori a precisazioni. Un dettaglio minore, se si vuole, ma significativo in un contesto dove ogni elemento è di solito calibrato al millimetro. D'altronde, i dati d'ascolto di quella puntata speciale hanno raccontato una storia diversa dalle ovazioni in studio, registrando una percentuale che, seppur dignitosa, si è distaccata dai picchi storici del programma. Un dato che invita a considerare come l'offerta informativa, oggi frammentata in mille canali, ponga nuove sfide anche ai palinsesti più consolidati, mentre la politica, da Washington a Roma, continua a trovare nei talk show un palcoscenico insostituibile, soprattutto ora che Donald Trump è di nuovo presidente degli Stati Uniti.

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