L’iran minaccia Trump: uranio al 90% se riprendono gli attacchi Usa
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Redazione Esteri
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Il braccio di ferro tra Teheran e Washington torna a infiammarsi, questa volta con una posta in gioco tecnologicamente precisa: la soglia di arricchimento dell’uranio. Se gli Stati Uniti, che da oltre un anno hanno alla Casa Bianca un presidente rieletto come Donald Trump, dovessero rilanciare operazioni militari contro la Repubblica islamica, il Parlamento iraniano – stando a quanto filtra dai suoi stessi esponenti – sarebbe pronto ad approvare una misura estrema. Non più il 60 per cento, già considerato un livello critico dalla comunità internazionale, ma addirittura il 90. Una percentuale, quest’ultima, che tecnicamente corrisponde al cosiddetto “grado bellico” e che di fatto consegnerebbe a Teheran la capacità di confezionare un ordigno atomico in tempi brevi.
L’avvertimento, tutt’altro che velato, è arrivato martedì da Ebrahim Rezaei, deputato di Dashtestan e portavoce del Comitato per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento. Rezaei, che nelle ultime settimane si è fatto notare per una postura particolarmente assertiva sui social, ha pubblicato il messaggio su X senza troppi giri di parole: in caso di aggressione americana, la legge iraniana verrebbe modificata per autorizzare l’arricchimento al 90%. Una mossa che, se attuata, manderebbe in frantumi qualsiasi residuo accordo di non proliferazione e segnerebbe la fine della lunga – e spesso fittizia – astensione dichiarata dall’Iran dalla produzione di un’arma atomica.
Una sfida che parte da dentro l’assemblea legislativa
Secondo quanto riferito da alcune fonti parlamentari, l’ipotesi sarebbe già al vagio della Commissione sicurezza nazionale, quella stessa guidata – nel ruolo di portavoce – proprio da Rezaei. La discussione non è un semplice proclama propagandistico: si tratterebbe di un disegno di legge formale, da approvare in Aula, che consentirebbe all’Iran di superare l’ultimo, decisivo scoglio tecnico. Finora, e lo ripetono gli ispettori dell’Aiea, l’arricchimento iraniano si è fermato al 60%. Ma l’azzardo nucleare è esattamente la leva che Teheran ha sempre custodito nel cassetto per i momenti di massima tensione. E la tensione, è evidente, non è mai stata così alta da quando Trump ha ripreso la guida dello Stato americano.
La diffidenza di Teheran nei confronti degli Stati Uniti, del resto, non è una novità. Ciò che cambia è l’abbandono di ogni prudenza retorica: l’Iran non intende negoziare a condizioni diverse dalle sue e rifiuta qualsiasi lettura che lo voglia sconfitto dalla guerra ombra combattuta fino a oggi con Israele e con gli stessi americani. La minaccia dell’uranio al 90% è quindi un messaggio a doppio taglio: da un lato un deterrente, dall’altro una linea rossa che l’Iran dice di essere pronto a varcare, senza più timore di ritorsioni internazionali. Nessuna mediazione europea o cinese sembra in grado, al momento, di scalfire questa posizione.
L’ombra di un conflitto aperto
Sullo sfondo, naturalmente, restano gli attacchi militari – veri o minacciati – che Washington ha già condotto in passato contro obiettivi iraniani o delle sue milizie alleate in Iraq, Siria e Yemen. Trump, nel suo secondo mandato, non ha mai escluso la possibilità di un’azione diretta contro i siti nucleari iraniani, anche a costo di rompere gli schemi della realpolitik. E l’Iran, dal canto suo, ha sempre risposto con una strategia chiara: escalation simmetrica o asimmetrica, ma mai un passo indietro. La bomba, o la capacità di costruirla in pochi giorni, rappresenta l’unico vero parafulmine contro quella che Teheran percepisce come una strategia di accerchiamento.
Non si tratta, ed è bene sottolinearlo, di una volontà improvvisa. I legislatori iraniani avevano già approvato anni fa una legge che imponeva al governo di superare il 20% di arricchimento in risposta all’uccisione di Qasem Soleimani. Oggi si va molto oltre: il 90% non lascia spazio a interpretazioni. Se la soglia venisse superata, l’Aiea dovrebbe dichiarare l’Iran in violazione sostanziale del Trattato di non proliferazione, con tutte le conseguenze diplomatiche del caso. Ma l’Iran, a giudicare dalle parole di Rezaei, sembra aver già messo in conto anche quelle.




