Furti alla Coin di Termini, tra gli indagati ci sono carabinieri e poliziotti: la talpa era una cassiera
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Redazione Interno
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La dinamica, per come è stata ricostruita dagli investigatori, lascia poco spazio all’immaginazione: un viavai di divise intorno alla cassa numero cinque del reparto uomo, pacchi di merche selezionata nascosti in un armadio vicino alla postazione, e la rimozione sistematica delle placche antitaccheggio. Siamo all’interno del punto vendita Coin della stazione Roma Termini, in via Giolitti, e la scena che si ripeteva, stando a quanto emerge dall’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dal pm Stefano Opilio, è quella di un presunto saccheggio quotidiano che sarebbe durato mesi. Quarantaquattro sono le persone finite nel registro degli indagati a vario Titolo per concorso in furto aggravato, e di queste ventuno, come riportano gli atti, appartengono alle forze dell’ordine -1-2.
Gradimenti e ruoli: chi sono i militari e gli agenti coinvolti
Non si tratta di un generico coinvolgimento di qualche agente fuori servizio. Nel dettaglio, la procura ha iscritto nel fascicolo i nomi di nove poliziotti – tra i quali spiccano un primo dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore, un assistente capo e un vice sovrintendente – e dodici carabinieri, questi ultimi in forza allo scalo ferroviario e con gradi che vanno dal brigadiere a diversi vice brigadieri, fino ad alcuni appuntati scelti. La presenza di figure con responsabilità operative così alte, se le accuse dovessero trovare conferma nelle prossime fasi del procedimento, getterebbe un’ombra non indifferente sui controlli interni. Tutti loro, una volta notificati gli avvisi di garanzia, sarebbero stati immediatamente trasferiti ad altre sedi in via cautelare, un provvedimento disciplinare che di solito accompagna la fase iniziale di indagini delicate.
Il meccanismo della cassiera infedele e gli scontrini di cortesia
Al centro del sistema, però, non c’erano solo gli uomini in divisa. Il perno dell’organizzazione, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stata una cassiera di quarant’anni, Sabrina Morani, descritta come la “talpa interna” che di fatto gestiva il flusso della merce. Il suo modus operandi era semplice ma efficace: metteva da parte i capi richiesti – giacche, cappotti, borse, profumi e cosmetici – nascondendoli in un armadio vicino. Nei momenti di calma, rimuoveva le placche antitaccheggio, tagliava le etichette e preparava le buste. Quando i clienti speciali, fosse un dipendente di un altro negozio dello scalo o un agente in servizio, si presentavano alla cassa, la transazione veniva falsificata in diversi modi: a volte si batteva un prezzo irrisorio, altre si scannerizzava solo una parte della merce, altre ancora si stampava un vecchio scontrino di cortesia da infilare nella busta per simulare un pagamento regolare. Non mancavano i casi in cui si fingeva un pagamento elettronico, senza che alcun importo venisse realmente addebitato.
Il buco da 184mila euro e le verifiche successive
Il meccanismo è venuto a galla quasi per caso, o meglio, per un’anomalia statistica. Durante l’inventario del febbraio 2024, il direttore del punto vendita si è trovato davanti a un ammanco di 184mila euro, una cifra che rappresentava il 10,8 per cento del fatturato annuo. Una percentuale di gran lunga superiore alla media fisiologica del settore, che si attesta tra il due e il tre per cento. A quel punto la società ha incaricato un’agenzia investigativa privata di installare telecamere nascoste e monitorare le operazioni di cassa. Le immagini hanno immortalato la scena surreale dei passaggi alla cassa numero cinque, con gli agenti che ricevevano i pacchi senza mettere mano al portafogli, o lasciando soltanto pochi spiccioli. Non solo: dagli accertamenti è emerso che la stessa cassiera, in alcuni casi, rivendeva la merce ad altri dipendenti dei negozi limitrofi intascando direttamente il denaro, senza registrare l’operazione. Un sistema, insomma, che oltre al danno per il negozio, creava anche un provento illecito per la dipendente.
La difesa di alcuni dei carabinieri coinvolti, seguita dall’avvocato Andrea Falcetta, ha già cominciato a ridimensionare la portata delle accuse, sottolineando come gli episodi contestati ai suoi assistiti riguarderebbero cifre modeste, poche decine di euro a testa, e non certo il giro da centinaia di migliaia di euro complessivi emerso dall’inventario -5. Il legale ha anche ricordato come gli stessi militari, nel corso dell’ultimo anno, abbiano effettuato decine di arresti in flagranza per taccheggio proprio all’interno della stazione, quasi a voler tracciare un confine tra l’attività istituzionale e le contestazioni mosse ora dalla procura -3. Resta il fatto che il fascicolo è aperto e le indagini, condotte dai carabinieri del nucleo operativo di via In Selci, sono ancora in una fase preliminare: la richiesta di misure cautelari per alcuni indagati è già stata trasmessa al gip, segno che la mole di elementi raccolti, tra video e chat, è considerata solida -8-10.




