Nepal, crollo glaciale nel Bhotekoshi: il rischio simmetrico sulle Alpi
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Redazione Esteri
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Un volume enorme di roccia e ghiaccio si è staccato da un versante al confine tra Nepal e Tibet, innescando una piena che ha travolto villaggi e infrastrutture lungo il fiume Bhotekoshi. Il bilancio provvisorio parla di circa 1.400 vittime e dispersi, con migliaia di persone ancora fuori contatto nelle valli isolate. La dinamica dell’evento, ricostruita attraverso i dati sismici e le testimonianze raccolte sul posto, indica che il distacco non è stato un terremoto ma un collasso glaciale seguito da una colata detritica di proporzioni inaudite.
La dinamica del disastro e il ruolo della catena di eventi
Secondo i glaciologi Mark Carey, dell’Università dell’Oregon, e Bethan Davies, dell’Università di Newcastle, il collasso del versante himalayano mostra come la riduzione dei ghiacciai possa destabilizzare interi settori di montagna, con effetti che si propagano molto oltre il punto di distacco. Non si è trattato di un episodio isolato: la massa rocciosa in caduta ha mobilitato il ghiaccio sottostante, che a sua volta si è trasformato in una corrente di detriti e acqua capace di percorrere decine di chilometri a valle.
È il meccanismo che gli esperti definiscono “catena di eventi”, dove un singolo fattore scatenante ne attiva altri in sequenza, rendendo la previsione molto più complessa rispetto a un singolo fenomeno.
Le testimonianze raccolte nelle valli colpite descrivono una furia improvvisa. Rajendra Neupane, sopravvissuto, ha raccontato in un audio registrato a Kathmandu dal corrispondente Roshan Gurung che la corrente «ci ha portati via» senza preavviso, distruggendo case e ponti in pochi minuti. Suor Lenita D’Souza, medico ginecologo indiano delle Suore di Carità, ha viaggiato per sedici ore su strade impervie con la sua clinica mobile per raggiungere i villaggi tagliati fuori, ripetendo alle consorelle una frase che è diventata il motto della sua missione: «Non aspettate che ritorni».
La sua priorità, ha spiegato, è «arrivare da chi non è raggiunto da nessuno».
Perché le Alpi non sono immuni
La domanda che molti si pongono, dopo eventi di questa portata, riguarda la vulnerabilità delle catene montuose europee. Il glaciologo Olaf Eisen, professore all’Istituto Alfred Wegener e all’Università di Brema, ha spiegato che fenomeni analoghi possono verificarsi anche sulle Alpi, sebbene con proporzioni difficilmente comparabili. Il riferimento è al crollo del ghiacciaio di Blatten, nel canton Vallese, avvenuto nel maggio 2025, quando circa nove milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio si staccarono dal Kleines Nesthorn seppellendo quasi completamente il villaggio.
In quel caso, però, il volume coinvolto è stato stimato tra dieci e venti volte inferiore rispetto all’evento himalayano.
Il fattore comune, secondo Eisen, è la combinazione tra il ritiro accelerato dei ghiacciai e lo scioglimento del permafrost, lo strato di terreno che rimane congelato per almeno due anni consecutivi. Quando il ghiaccio che cementa rocce e detriti si assottiglia, interi versanti perdono coesione e diventano suscettibili a crolli improvvisi. Le aree più esposte si trovano tra i 2.500 e i 3.000 metri di quota, in settori di Francia, Italia, Austria e Svizzera dove il permafrost è ancora presente ma in rapido degrado.
A questo si aggiungono eventi meteorologici estremi, come ondate di calore prolungate o piogge intense, che possono accelerare i processi di instabilità.
Il monitoraggio e i precedenti alpini
Le autorità svizzere tengono sotto osservazione da anni il ghiacciaio del Weisshorn orientale, sopra il villaggio di Randa. Nei giorni scorsi si sono verificati tre piccoli crolli, e il sindaco Frederic Imboden ha confermato che il ghiacciaio è costantemente monitorato perché mostra movimenti ricorrenti. Non esiste al momento una minaccia diretta per gli abitanti, ma alcune rotte escursionistiche e ciclabili sono state chiuse per precauzione.
La possibilità che alcune centinaia di migliaia di metri cubi di ghiaccio si stacchino resta concreta, anche se non è possibile prevedere con esattezza quando.
Un precedente drammatico è rappresentato dalla tragedia della Marmolada, sulle Dolomiti, dove nel luglio 2022 un blocco di ghiaccio si staccò improvvisamente uccidendo undici alpinisti. Anche in quel caso, le temperature eccezionalmente elevate di quelle settimane avevano indebolito la struttura del ghiacciaio, creando sacche d’acqua interne che ne avevano minato la stabilità.
Il progetto di ricerca transfrontaliero Interreg VI-A France–Italie, che coinvolge il CREALP e diversi partner italiani e francesi, sta censendo i laghi glaciali alpini e le tecniche di monitoraggio disponibili, proprio per migliorare la gestione di questi rischi emergenti.
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