«Accordo o subiranno conseguenze», l’ultimatum di Trump all’Iran alla vigilia dei colloqui di Ginevra
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Redazione Esteri
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A poche ore dall’avvio del secondo round di negoziati indiretti sul programma nucleare, in programma a Ginevra con la mediazione dell’Oman, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha voluto rilanciare la pressione sulla Repubblica Islamica, usando toni che non lasciano spazio a interpretazioni ambigue. Da bordo dell’Air Force One, nel corso di un incontro con i giornalisti, il tycoon ha chiarito che, sebbene non siederà fisicamente al tavolo, la sua sarà una presenza costante e determinante: «Sarò coinvolto in questi colloqui, indirettamente», ha dichiarato, sottolineando la posta in gioco e aggiungendo, con una frase che suona come un avvertimento preciso, che Teheran «non vuole le conseguenze del mancato accordo». Un’ammissione, la sua, che lascia intendere come dagli Stati Uniti arrivi la percezione di una controparte finalmente motivata a trattare, memore – secondo la ricostruzione del presidente – degli esiti disastrosi dell’ultima escalation -1-6.
Il peso delle bombe e la strategia del pugno duro
Il riferimento, nemmeno troppo velato, è all’operazione militare dell’estate precedente, quando i bombardieri strategici B-2 furono impiegati per colpire gli impianti nucleari iraniani di Natanz, Fordow e Isfahan. «Avremmo potuto fare un accordo, invece di mandare i B-2 a eliminare il loro potenziale nucleare», ha ricordato Trump, quasi a voler sottolineare che la via diplomatica, se non percorsa con la necessaria "ragionevolezza", porta a scenari ben più traumatici -2-7. Un concetto, questo, ribadito con forza nei giorni scorsi quando, in un’altra intervista, aveva definito «molto traumatico» per l’Iran il fallimento delle trattative, paventando l’avvio di una cosiddetta "fase due" che i commentatori internazionali leggono come l’ombra di un’azione militare su larga scala -4-10.
Schieramenti contrapposti e nodi irrisolti
Sul terreno, intanto, la tensione si tocca con mano. Gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria presenza in Medio Oriente, con la portaerei USS Abraham Lincoln già operativa nell’area e la USS Gerald R. Ford, la più grande nave da guerra del mondo, in rotta per raggiungerla, una dimostrazione di forza che la Casa Bianca giustifica come preparazione a «una campagna militare prolungata» qualora la diplomazia dovesse fallire -3-8. Dall’altra parte, Teheran risponde con esercitazioni nel cruciale Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale, e con dichiarazioni di principio fermissime. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, giunto a Ginevra dopo un incontro con il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ha postato su X: «Sono qui con idee reali per un accordo giusto ed equo. Quello che non è sul tavolo è la sottomissione davanti alle minacce» -5-9.
Mediazione dell’Oman e posizioni distanti
Proprio l’Oman, che già ospitò il primo round a Muscat il 6 febbraio, funge da canale di comunicazione privilegiato tra le due delegazioni. Gli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono attesi nella città svizzera, mentre il segretario di Stato Marco Rubio, in visita a Budapest, ha smorzato gli entusiasmi: «Raggiungere un’intesa sarà durissimo. C’è un’opportunità, ma non voglio sopravvalutarla» -8-9. Il nodo principale resta l’arricchimento dell’uranio: Washington chiede a Teheran di abbandonare completamente l’arricchimento sul proprio suolo, di trasferire all’estero le scorte e di aprire a discussioni sul programma missilistico, condizioni che la leadership iraniana, forte anche delle scorte di uranio al 60% stimate dall’AIEA in oltre 440 chilogrammi prima dei bombardamenti, continua a respingere, insistendo per la mera rimozione delle sanzioni -3.




