Orbán e quel cartello in cirillico che vale più di un comizio
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Redazione Esteri
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“È la fine, compagno”: il cartello di protesta, vergato in caratteri cirillici per un richiamo che non lascia spazio a fraintesi ideologici, ha attirato nelle ultime ore molta più attenzione di quanto non abbia fatto l’intero comizio di Viktor Orbán, tenutosi ieri in una piazza della Trinità apparsa semideserta. L’aria da crepuscolo, quella che precede inevitabilmente un cambiamento di fase, sembra ormai pervadere ogni angolo della campagna elettorale; lo si legge negli sguardi dei militanti di Fidesz, ma anche – e forse con maggiore eloquenza – nella frenesia dei giornalisti accorsi a documentare non il discorso del premier uscente, quanto piuttosto quel messaggio anonimo e graffiante. Orbán, al potere da sedici anni, aveva provato a lanciare la sua consueta sfida titanica dichiarandosi «più forte dell’inferno», ma l’eco delle sue parole si è persa tra i pochi sostenitori rimasti, mentre l’attenzione generale si spostava altrove.
Urne aperte per otto milioni di cittadini
Sono stati aperti alle sette – e resteranno tali fino alle diciannove – i seggi elettorali per quelle che molti definiscono già una sfida epocale: otto milioni di ungheresi, di cui sette e mezzo residenti nel paese e mezzo milione all’estero, sono chiamati a decidere se concedere a Orbán un quinto mandato o se invece affidarsi al cambiamento rappresentato da Péter Magyar, leader del partito del Rispetto e della Libertà. L’affluenza, come sempre in questi casi, sarà uno dei fattori determinanti; ma a tenere banco sono soprattutto i numeri diffusi dagli ultimi sondaggi pre-voto, che disegnano uno scenario inedito per la politica magiara. Secondo queste rilevazioni, il movimento guidato da Magyar si attesterebbe intorno al cinquanta per cento dei consensi, mentre Fidesz – la macchina organizzativa che Orbán ha costruito e guidato per oltre un decennio e mezzo – scivolerebbe tra il trentaquattro e il trentasette per cento.
Le voci inquietanti alla vigilia del voto
Eppure, nonostante questo vantaggio apparentemente netto per l’opposizione, l’aria che si respira a Budapest non è quella di una vittoria scontata. Girano voci, inquietanti, raccolte tra gli addetti ai lavori e lungo i corridoi del potere: se la sconfitta di Orbán dovesse rivelarsi sul filo – e se Magyar non dovesse conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento – si aprirebbe una fase di grande incertezza. Il riferimento implicito, nei discorsi di chi teme una reazione sproporzionata, è alla capacità del premier uscente di interpretare ogni tornata elettorale come una crociata personale, una guerra tra il suo “popolo” e nemici interni ed esterni. L’Europa intera, insieme agli Stati Uniti dove Trump siede ormai da più di un anno alla Casa Bianca, segue con attenzione il responso delle urne; non perché si attenda una dichiarazione di guerra, ma perché l’esito di questa consultazione ridisegnerà gli equilibri interni a un paese che, negli ultimi sedici anni, ha spesso fatto da apripista per tendenze politiche poi esportate altrove.
Una giornata decisiva tra Budapest e l’estero
Sono le sette del mattino quando i primi elettori entrano nelle cabine; tra di loro c’è chi si lascia andare a un sospiro di sollievo, pensando che questa sia finalmente l’occasione per voltare pagina, e chi invece stringe i denti nella speranza che il vecchio leone possa ruggire ancora una volta. Le operazioni di voto procedono senza particolari intoppi, fatta eccezione per qualche lunga fila davanti ai seggi nelle circoscrizioni più popolose della capitale. I seggi chiuderanno alle diciannove, e subito dopo inizierà lo spoglio. La sfida, come l’ha definita più di un osservatore, è storica: non solo perché mette in discussione un premier che sembrava inamovibile, ma anche perché l’alternativa – Magyar, conservatore ma filoeuropeo – rappresenta una sintonia con Bruxelles che negli ultimi anni era venuta meno. Il cartello in cirillico, quello che recitava “È la fine, compagno”, potrebbe rivelarsi profetico o soltanto un altro episodio di folklore politico; lo sapremo solo quando, una volta chiuse le urne, i numeri parleranno senza possibilità di appello.
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