Putin chiede il Donbass per la pace, ma l’Alaska non basta a Trump
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Redazione Esteri
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Il vertice tra Vladimir Putin e Donald Trump ad Anchorage, in Alaska, si è concluso senza un accordo tangibile per fermare la guerra in Ucraina, ma ha lasciato sul tavolo una serie di richieste che delineano le condizioni russe per una possibile tregua. Fonti americane, tra cui il New York Times e la Cnn, riferiscono che il Cremlino avrebbe avanzato la cessione dell’intero Donbass come precondizione per qualsiasi negoziato, una mossa che, se accolta, segnerebbe una svolta drammatica nel conflitto.
L’incontro, definito da alcuni osservatori "triste" per l’assenza di progressi immediati, ha comunque confermato l’intenzione di Trump di organizzare a breve un summit a tre con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, in visita alla Casa Bianca già lunedì prossimo, chiederà conto della riluttanza americana a spingere per una tregua. Ma mentre Mosca insiste sull’annessione dei territori occupati – oltre a garanzie sullo status della lingua russa nelle regioni orientali –, Washington sembra ancora lontana dall’accettare un compromesso che legittimi le conquiste militari della Russia.
Sergei Markov, ex consigliere del Cremlino, ha bollato come "frottole" le letture trionfalistiche della stampa occidentale, secondo cui Putin avrebbe ottenuto un vantaggio strategico. «Trump lo ha trattato da pari, niente più», ha precisato, negando che l’incontro abbia rafforzato l’immagine internazionale della Russia oltre quanto già accade nei paesi non allineati con l’Occidente. Resta il fatto che, sebbene Markov minimizzi il risultato, la trattativa dimostra come Mosca continui a puntare su un negoziato asimmetrico, in cui le concessioni territoriali siano la moneta di scambio per una pace che Kiev, da sola, non può permettersi di firmare.




