Medio Oriente, è escalation tra Usa e Iran: decima notte di raid e nuovo fronte Houthi nel Mar Rosso
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Redazione Esteri
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Sono ormai ripresi su base quotidiana gli attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran nel tentativo di controllare lo Stretto di Hormuz, uno snodo vitale per il commercio mondiale del petrolio. Nonostante l'amministrazione Trump si sia dichiarata più volte aperta alla diplomazia, il rifiuto iraniano di allentare la presa sul corridoio petrolifero del Golfo Persico ha di fatto vanificato ogni tentativo di distensione, sollevando pesanti interrogativi sulla strategia per la prossima fase del conflitto.
L'intensificarsi degli attacchi, infatti, ha fatto completamente naufragare il fragile accordo di cessate il fuoco raggiunto a metà giugno, causato la morte di altri militari americani e contribuito a riportare al rialzo i prezzi della benzina negli Stati Uniti, un problema rilevante per i repubblicani in vista delle elezioni di midterm.
Decima notte consecutiva di attacchi americani
Nella notte tra il 20 e il 21 luglio, il Comando Centrale americano (Centcom) ha annunciato l'avvio della decima notte consecutiva di attacchi contro obiettivi iraniani, su ordine diretto del comandante in capo. Secondo quanto reso noto da Washington, le operazioni – che hanno preso il via alle 22 di domenica sera ora italiana – puntano a indebolire ulteriormente le capacità militari di Teheran, impiegate negli attacchi contro la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz.
I raid statunitensi hanno preso di mira centri di comando militari, sistemi di difesa aerea, siti di lancio missili e droni, oltre a reti di comunicazione, con l'obiettivo dichiarato di degradare la capacità di Teheran di minacciare il traffico navale. Le esplosioni sono state avvertite in diverse città iraniane, tra cui Bushehr – dove ha sede l'unico impianto nucleare per uso civile –, Sirik, Jask, Tabriz e Chabahar.
La ferma risposta di Teheran e le vittime americane
La risposta iraniana non si è fatta attendere: missili e droni hanno preso di mira basi statunitensi in Giordania, Bahrein e Kuwait, mentre i pasdaran hanno rivendicato l'affondamento di due petroliere, segnando un passaggio dal blocco navale all'attacco frontale. Le autorità di Teheran hanno ribadito che finché gli Stati Uniti attaccheranno la rotta di petrolio e gas, quest'ultima non sarà più sicura.
Il presidente Trump, rientrato a Washington dopo la finale dei Mondiali, ha dichiarato che gli ultimi attacchi sono stati effettuati in onore dei soldati americani caduti, avvertendo che "l'Iran pagherà molte volte per ogni uccisione". Il numero delle vittime statunitensi nella guerra con l'Iran è salito a 17, e il Pentagono è stato criticato dal New York Times per non rendere noto il numero dei feriti, replica però di non essere obbligato a farlo.
Il ruolo degli Houthi e il nuovo fronte nel Mar Rosso
In questo quadro di tensione, gli Houthi, alleati di Teheran, hanno aperto un nuovo fronte annunciando un blocco marittimo contro l'Arabia Saudita nel Mar Rosso, mettendo fine a una tregua informale durata quattro anni. Lo stop potrebbe interessare oltre il 3% del mercato petrolifero globale, minacciando lo Stretto di Bab el-Mandeb, un passaggio cruciale all'estremità meridionale del Mar Rosso.
Negli ultimi mesi, l'Arabia Saudita ha fatto sempre più affidamento su questa rotta come alternativa a Hormuz, esportando oltre 3,6 milioni di barili al giorno di greggio e derivati, diretti in prevalenza verso Corea del Sud, Giappone e Cina. L'apertura di questo fronte rappresenta una minaccia concreta per le rotte commerciali e rischia di inasprire ulteriormente la crisi energetica globale.
Il fallimento della tregua e gli scenari di crisi
L'accordo preliminare firmato lo scorso 14 giugno, che avrebbe dovuto portare a una riapertura totale dello Stretto di Hormuz, si è rivelato un fallimento. Il testo vago del memorandum d'intesa, che subordinava il passaggio sicuro delle navi all'autorizzazione iraniana, ha consentito a Teheran di interpretarlo come un riconoscimento del proprio controllo sullo stretto. I tentativi di mediazione, come la proposta del Qatar per una tregua di dieci giorni e la revoca delle restrizioni alla navigazione, sono stati vanificati dal rifiuto dei pasdaran di accettare le condizioni.
La crisi sta avendo un impatto immediato sui mercati, facendo schizzare al rialzo i prezzi del carburante, e mettendo a rischio il traffico aereo internazionale nella regione.




